Bush incassa un no anche dal Brasile

Manifestazioni contro il presidente Usa a San Paolo e a Rio de Janeiro

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Un barbecue riuscito non sostituisce un vertice fallito. Ma è quello di cui George Bush si è dovuto accontentare a Brasilia, seconda tappa del suo difficile e contestato periplo sud-americano. La vera posta in gioco era nella prima, nel resort argentino di Mar del Plata, ma la conferenza panamericana là convocata è fallita secondo le previsioni generali; al punto che i capi di Stato e di governo hanno preferito rinunciare a far colazione assieme l’ultimo giorno e se la sono squagliati uno per volta, accampando appuntamenti più urgenti, lasciando a funzionari minori il compito di salvare il salvabile o smantellare le speranze. Che sono affondate nella sala delle riunioni allorché non è passata neppure una formula di compromesso che, constatata la mancanza di un accordo, convocava un nuovo vertice per l’aprile prossimo. Si è trovata l’unanimità in un rinvio sine die.
Nella sostanza la proposta americana di accelerare i tempi per la formazione di un’area di libero scambio (che sarebbe stata di dimensioni superiori all’Unione europea) nelle tre Americhe, Settentrionale, Centrale e Meridionale. La maggior parte dei Paesi si sono detti d’accordo in linea di principio, ben sapendo che non si impegnavano a nulla dal momento che era in corso il blocco dei membri del già esistente Mercosur, il mercato comune dell’America del Sud. Ne fanno parte quattro o cinque Paesi in tutto ma fra questi sono i due giganti del continente, Brasile e Argentina, con un potere evidente di interdizione. Adesso è probabile che al Mercosur aderiscano altri Paesi, fra cui il Venezuela, che vi apporterà la sua ricchezza petrolifera e l’estremismo del suo presidente Hugo Chavez. L’idea di una associazione di libero scambio per le Americhe non è nuova: fu lanciata nel 1986 da Ronald Reagan con una formula risonante: «Dall’Alaska alla Terra del Fuoco» e già nel 1994 si tenne a Miami il primo «vertice di lavoro» sotto la presidenza di Bill Clinton.
Quasi tutti, allora, se ne ripromettevano dei benefici, ma nel frattempo il clima è cambiato: l’esperimento «neo liberale», riuscito in buona parte del pianeta, è fallito proprio nell’America Latina provocando un contraccolpo nazionalista e populista, con il ritorno al potere delle sinistre in quasi tutti i Paesi più importanti. Compreso naturalmente il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva, che Bush ha cercato di coltivarsi fino all’ultimo, lodando anche ieri le sue «politiche economiche, che hanno stabilizzato l’economia e incoraggiato gli investimenti». Ma Lula non si è lasciato convincere e gli ha ribadito il suo dissenso in termini chiari, anche se più cortesi di quelli usati il giorno prima dal presidente argentino Néstor Kirchner che avevano sfiorato la rottura. A denti stretti Bush ha detto che il presidente brasiliano gli aveva risposto picche alla proposta di istituire il mercato comune interamericano. L’atmosfera a Brasilia era un po’ meno rovente che a Mar del Plata, dove al presidente Usa è stato rinfacciato un po’ di tutto, dalla guerra in Irak al trattamento dei prigionieri a Guantanamo, alla «guerra alla droga» condotta con mezzi militari in Colombia, al recente invio di 400 soldati Usa in Paraguay per «esercizi». Iniziativa che ha attizzato il fuoco del risentimento nazionalistico nei confronti della Superpotenza. Mar del Plata è stata insomma il palcoscenico di tutte le contestazioni.
E non sono mancate neppure in Brasile. Non tanto nella capitale, che è tuttora artificiale e si svuota durante il weekend, quanto nelle grandi città da Sao Paulo a Rio de Janeiro. Erano anche qui numerosi i ritratti del Che Guevara, cui alcuni dimostranti hanno aggiunto bandiere palestinesi e siriane. Un’atmosfera di odio che ha avuto culmini grotteschi, come il discorso del deputato della sinistra socialista Oliveira, che ha accusato Lula di «servilismo» per aver offerto un barbecue «all’uomo che lancia bombe economiche sul Sud America e che è odiato in tutto il mondo» e del suo collega Babà, che ha augurato al presidente americano di essere infettato dall’epidemia di afta epizootica che colpisce in questo momento il bestiame in alcune parti del Brasile: «Spero che Bush nel suo barbecue con Lula mangi carne avvelenata e riparta da qui con una malattia grave».
Apparentemente incolume alla maledizione, l’uomo della Casa Bianca ha proseguito da Brasilia per l’ultima tappa a Panama, preceduto dalla gaffe di un suo sostenitore, il deputato californiano Duncan Hunter, che ha proposto la costruzione di un muro lungo duemila chilometri che isoli gli Stati Uniti dal Messico. Nell’accomiatarsi da Mar del Plata Bush aveva osservato con un tratto di humour malinconico, non frequente in lui, che «non è facile ospitare i rappresentanti di tutti questi Paesi. In particolare non è facile ospitare me».