Bush: «In Irak un altro anno di sacrifici»

Il presidente statunitense chiede agli americani di «portare pazienza» perché la situazione migliora

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Alla sua platea preferita, gli americani in uniforme. Con i suoi argomenti preferiti, anche se stavolta con qualche tono nuovo. George Bush continua instancabile nella sua campagna per spiegare, giustificare la guerra in Irak e per mantenere a un livello decente l’appoggio dell’opinione pubblica Usa. La platea è stata ieri un’assemblea di veterani di guerra e il tema «nuovo» è stato il preannuncio di un altro periodo di «ostacoli e sacrifici». Per un anno ancora e forse più gli americani dovranno «portare pazienza», perché le cose in Irak continuano in complesso a procedere bene, anche se non tutto va secondo i piani e se ci sono imperfezioni e ritardi. Nessuno dei quali, tuttavia, potrebbe giustificare l’annuncio di una data fissa per il ritiro delle truppe. «Continueremo a tenere laggiù tutti i soldati che sarà necessario», perché «non ci accontenteremo di niente di meno della vittoria completa».
Le forze americane prenderanno parte direttamente a un numero minore di azioni armate e concentreranno i loro sforzi sull’addestramento e sull’appoggio all’esercito e alla polizia del «nuovo Irak». «Stiamo imparando dalle nostre esperienze, stiamo aggiustando quello che finora non ha funzionato», ma la nostra missione rimane quella di «aiutare gli iracheni a darsi uno stabile governo democratico». Per questo essi dovranno emendare la Costituzione in modo assicurare la partecipazione al governo di esponenti della minoranza sunnita. «Dovranno anche cessare, da parte delle forze di sicurezza irachene, abusi che sono inaccettabili». Gli Stati Uniti continueranno ad aiutare l’Irak nel tentativo di riprendere la produzione del petrolio e di ripristinare i servizi pubblici, dalla corrente elettrica all’acqua potabile.
Bush ha poi elencato di nuovo i successi, le conseguenze positive della presenza militare Usa in Irak, insistendo soprattutto sul fatto che le ultime elezioni con la elevata partecipazione alle urne e l’andamento delle trattative per la formazione del nuovo governo stanno «marginalizzando i terroristi e gli insorti». Ottimismo un po’ raffreddato dalla nuova ondata di atti terroristici e di attacchi contro le forze Usa, che erano previsti per i giorni delle elezioni e invece sono stati scatenati dopo, con centinaia di vittime tra gli iracheni e perdite importanti anche fra le truppe americane. In questo senso i progressi da un anno all’altro sono stati insignificanti: 848 caduti Usa nel 2004, 844 nel 2005. Gli «ostacoli e sacrifici» sono soprattutto questi: «I terroristi e i nostalgici di Saddam Hussein non hanno rinunciato a cercare di fermare il processo di costruzione della democrazia in Irak».
Ma non sono questi gli «interlocutori» emersi in primo piano nell’ultimo discorso presidenziale. Bush non è entrato nel merito del progetto, di nuovo affiorato nella sua Amministrazione nei giorni scorsi, di «inserire un cuneo» fra i due componenti dell’ostilità armata, i «lealisti» del regime di Saddam e gli integralisti islamici. Scontri si sarebbero già verificati fra le due fazioni e a Washington c’è chi consiglia di cercare una sorta di «pace separata» con i primi per concentrare il tiro sui secondi.