Bush: "In Irak ce la possiamo ancora fare"

Il capo della Casa Bianca convoca una conferenza stampa per
controbattere alle crescenti accuse sul dopo Saddam. Intanto la Camera
vota il ritiro entro aprile. Il presidente Usa ammette le difficoltà, ma esorta a continuare fino
alla vittoria: "Siamo all’inizio di un grande conflitto ideologico". "Insufficienti a Bagdad i progressi dei politici locali"

Washington - Le cose in Irak vanno così così, né bene né male, anzi un po’ bene e un po’ male. La vittoria è ancora possibile, la sconfitta è impensabile per le conseguenze che avrebbe in quel Paese, nell’intero Medio Oriente, per la sicurezza degli Stati Uniti. Anche perché Al Qaida è tutt’altro che morta e si sta preparando a una nuova offensiva che potrebbe colpire gli americani in casa. E gli Usa si trovano «nella fase iniziale di un grande conflitto ideologico». Questo in sostanza ha detto ieri il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, in una conferenza stampa convocata d’urgenza e interamente dedicata alla crisi irachena, sotto la pressione del Congresso, del Paese e con la minaccia di nuove defezioni tra i repubblicani in Senato.

Il capo della Casa Bianca si è sentito così in dovere di fornire un rapporto alla nazione, in anticipo sulle date previste e, in effetti, centrato su un appello alla pazienza. La «pagella» della nuova strategia americana a Bagdad deve essere resa nota il 15 settembre, quando verranno a Washington a riferire l’ambasciatore in Irak Ryan Crocker e il comandante militare David Petraeus, ma in questo momento settembre sembra ancora lontano e allora Bush ha «letto» un bilancio intermedio. Misto, appunto, anzi salomonico.

«Dei 18 obiettivi - ha detto Bush - in 8 posso segnalare dei progressi soddisfacenti, in altri 8 il bilancio è invece negativo, per 2 infine non si hanno dati sufficienti. Fra le cose che vanno meglio è, dice Bush, la riduzione della «violenza settaria» in Irak, l’impegno del governo di Bagdad a fornire nuove unità militari per controllare la capitale, accresciuti stanziamenti per la ricostruzione e, soprattutto, i buoni risultati militari ottenuti dalle truppe americane nell’Ambar, la provincia più ribelle e più infiltrata da Al Qaida.

Insufficienti invece gli sviluppi politici: l’auspicato ritorno ai posti di governo dei seguaci del deposto regime di Saddam Hussein, la capacità di impiego delle forze di sicurezza irachene, una più equa distribuzione delle risorse energetiche (petrolio) e soprattutto il disarmo delle milizie settarie. È troppo presto, dunque, per valutare se la nuova strategia annunciata da Bush il gennaio scorso e concretizzata nell’invio di rinforzi in Irak funziona o no.

Bush prevede che fra due mesi ci sarà più chiarezza e intanto chiede pazienza, al Congresso e alla gente. «C’è chi crede che la vittoria non è più possibile, c’è chi, fra noi, è convinto invece che la battaglia in Irak possa e debba essere vinta». In nessun caso, tuttavia, la Casa Bianca non permetterà al Congresso di «dirigere le operazioni militari, perché non è questo il suo compito». Il Senato è il terreno di confronto più aspro. Si moltiplicano le risoluzioni che in qualche modo mirano ad avviare il ritiro delle truppe Usa dall’Irak.

La proposta di limitare la permanenza in zona d’operazioni dei militari Usa ha ottenuto una maggioranza di 56 voti contro 41, non sufficienti per avere effetti pratici, perché ne sono richiesti almeno 60. Alla Camera ieri hanno votato a favore del ritiro entro aprile 223 deputati contro 201. Il disimpegno previsto dovrebbe cominciare entro 120 giorni. Continua ad aumentare il numero dei repubblicani che vi aderiscono, ma fino a questo momento nessuna delle proposte ha ottenuto la maggioranza dei due terzi, necessaria per sormontare il già preannunciato veto presidenziale.

Bush ha riconosciuto anche che «l’America sente la stanchezza della guerra. È un processo psicologico che capisco. È una brutta guerra. È una guerra in cui un nemico è disposto a uccidere degli innocenti per raggiungere obiettivi politici. Non è dunque una sorpresa che gli americani si preoccupino». Il presidente, anzi, ha acuito questo allarme. Al Qaida, ha ammonito, si prepara a lanciare «attacchi spettacolari» partendo dalle sue basi in Irak, dove, secondo Bush, si sta sempre più impiantando, ma anche in Afghanistan e nel Pakistan occidentale. Gli obiettivi potrebbero essere negli Stati Uniti. E Bush non ha mancato di rifarsi, una volta di più, alla memoria della strage del settembre 2001.