Bush: «In Irak guerra necessaria, la rifarei»

da Washington

George W. Bush per la prima volta dà i numeri del conflitto in Irak: mille giorni di guerra hanno fatto circa 30mila morti iracheni, militari, ribelli, terroristi, ma anche civili, e circa 2.140 perdite militari americani. Ma il presidente non ha alcun ripensamento: «Sapendo quello che si sa ora» non esiterebbe a ordinare di nuovo l’attacco nella convinzione che la deposizione di Saddam Hussein renda l’America più sicura.
Bush risponde con precisione, senza incertezze, alla domanda di una donna, dopo un discorso a Filadelfia centrato sui progressi verso la democrazia in Irak e sull'equazione «libertà = sicurezza». C'è l'impressione che il gioco del botta e risposta non lo colga di sorpresa. Il leader americano avverte che, anche dopo le elezioni politiche di giovedi prossimo, resterà, in Irak, «un certo livello di violenza», perché «il voto non chiude la partita» con insorti e terroristi. Ma il Pentagono lascia trapelare barlumi d'ottimismo, sul fronte della sicurezza: l'intensità degli attacchi e degli attentati potrebbe calare, sia pure di poco. Dopo le elezioni, i vertici militari valuteranno la situazione e potrebbero raccomandare una riduzione del contingente Usa superiore a quanto finora previsto, scendendo sotto il livello standard di 138 mila uomini.
Bush pronuncia a Filadelfia il terzo e ultimo discorso di un trittico di interventi per illustrare la cosiddetta «Strategia per la Vittoria». Il presidente parla quando la guerra è sulla soglia del giorno mille, mentre in Irak le operazioni di voto per le politiche di giovedì sono già avviate - militari, detenuti e degenti in ospedali vanno alle urne in anticipo - e i ribelli annunciano che la loro lotta continuerà, indipendentemente dalle elezioni.
Esponendosi, per la seconda volta consecutiva davanti a un pubblico civile - il World Affairs Council di Filadelfia -, Bush ripercorre le tappe della democratizzazione dalla restituzione della sovranità al Paese il 28 giugno 2004 alle elezioni del 30 gennaio al referendum del 15 ottobre fino a giovedì. Il presidente incoraggia i sunniti a partecipare al processo politico, avverte che il nuovo governo dovrà affrontare «numerose sfide» e che ci vorrà «pazienza» da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. Non c'è, invece, pazienza verso i Paesi che appoggiano i terroristi e ne sono complici. Bush lancia un monito alla Siria che permette - ha detto - a elementi stranieri di infiltrarsi in Irak dal suo territorio.
Il presidente, che trova qui un pubblico meno freddo che la settimana scorsa al Council on Foreign Relations di Washington, ribadisce la sua posizione sul ritiro: le truppe torneranno a casa quando la missione sarà conclusa e quando le forze di sicurezza irachene potranno garantire da sole la stabilità del Paese.
Il leader della Casa Bianca rinnova l'impegno ad aiutare gli iracheni «a costruire una democrazia duratura nel cuore del Medio Oriente» ricordando come sia indispensabile diffondere la democrazia perché gli Stati democratici non tollerano la minaccia del terrorismo. Il presidente americano sottolinea inoltre che «la sopravvivenza di Israele dipende dalla diffusione della democrazia in Medio Oriente».
Bush articola una strategia globale su tre fronti: economia, sicurezza («Siamo all'offensiva e stiamo mettendo in piedi forze irachene capaci e credibili») e politica. In ogni caso, per il presidente americano «è tempo di grandi speranze e realizzazioni» in Irak e gli avversari, «ribelli, saddamisti, terroristi, che sono il gruppo più piccolo ma più letale», costituiscono «un nemico senza coscienza con cui non si può venire a patti». «Combattendo i terroristi in Irak - afferma - combattiamo una diretta minaccia al nostro popolo e non accetteremo nulla di meno di una vittoria completa». Ma, ammette alla fine il presidente Usa, «l'invasione dell'Irak ha ridotto i pericoli di un attacco terroristico contro gli Stati Uniti, ma non ci ha reso del tutto sicuri».