Bush in Irak: "La guerra non è ancora finita" E un giornalista gli lancia una scarpa addosso

Visita a sorpresa del presidente americano a Bagdad: "Il nostro lavoro qui è stato difficile ma era necessario".
E un giornalista iracheno gli lancia contro le scarpe: <strong><a href="/video.pic1?ID=bush_scarpe">guarda il video</a></strong>. Accordo siglato col premier Maliki un patto di sicurezza per il ritiro totale entro il 2011

Visita d’addio in Irak per il presidente americano George W. Bush. A sorpresa l’inquilino della Casa Bianca è giunto ieri a Bagdad per incontrare i vertici iracheni e le sue truppe. «Il lavoro non è stato facile, ma era necessario per la sicurezza statunitense, la speranza irachena e la pace del mondo» ha esordito Bush accolto a Bagdad dal presidente Jalal Talabani. Da segnalare un curioso incidente fuori programma. Un giornalista iracheno ha tirato le scarpe contro Bush, che è riuscito a schivarle (foto in basso). La sicurezza lo ha subito bloccato. Il presidente americano ci ha scherzato su dicendo «che erano di taglia 10». Poi è tornato a rispondere alle domande della conferenza stampa congiunta con il premier iracheno Nouri al Maliki.

Sarà un caso, ma 24 ore prima cadeva il quinto anniversario della cattura del dittatore iracheno, Saddam Hussein, in un nascondiglio sotterraneo a Tikrit. Bush ha voluto recarsi a Bagdad a fine mandato, per ribadire la paternità degli ultimi successi. A cominciare dal patto bilaterale di sicurezza firmato ieri con il premier al Maliki. L’accordo fra l’Irak e gli Usa prevede il ritiro delle truppe americane dalle città, compresa Bagdad, entro fine giugno del prossimo anno. Nel 2011, invece, i soldati americani torneranno a casa. Ma il presidente uscente ha precisato: «La guerra non è ancora finita. C’è ancora da fare». In compenso Bush ha definito l’intesa «un promemoria per la nostra amicizia e un mezzo per aiutare gli iracheni a realizzare una società libera».

Anche se la sicurezza è ancora fragile le ultime settimane hanno segnalato il livello più basso di violenza dall’invasione del 2003. Un attacco suicida a Kirkuk, due giorni fa, ha provocato 47 morti, ma gli iracheni sono pronti a gestire da soli la sicurezza. Talabani ha definito l’ospite «un grande amico del popolo iracheno». Il costo per gli Stati Uniti è stato alto: 4.209 caduti e 576 miliardi di dollari spesi dal 2003. Decine di migliaia di iracheni sono morti nel conflitto.

Bush era partito in gran segreto da Washington. Dalla Casa Bianca hanno fatto sapere che il presidente si è detto «estremamente grato per aver avuto la possibilità di tornare in Irak prima che termini il mandato». Molti sono stati gli errori compiuti. Proprio ieri il New York Times pubblicava un rapporto sul fallimento della ricostruzione in Irak. A metà 2008 erano stati spesi 117 miliardi di dollari per risollevare il Paese. Almeno 50 venivano direttamente dalla tasche dei contribuenti americani. Ostilità del Pentagono, burocrazia, l’impennata della violenza e l’ignoranza sugli elementi base della società irachena e sulle sue infrastrutture hanno fatto fallire il piano Marshall per Bagdad.

Il rapporto è stato preparato dall’Ufficio dell’Ispettore speciale per la ricostruzione, l’avvocato repubblicano Stuart W. Bowen jr. «Nel momento in cui è entrato in carica il nuovo governo iracheno, nel giugno 2004, nessun servizio pubblico era tornato ai livelli pre guerra. Tra il 2007 e il 2008, inoltre, la produzione elettrica superava solo del 10% quella del regime di Saddam Hussein e la produzione petrolifera era comunque inferiore rispetto a prima del conflitto» denuncia il rapporto. Uno dei buchi senza fondo è stato la rinascita delle forze di sicurezza irachene.
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