Bush: «In Irak va male, abbiamo bisogno di un nuovo approccio»

Il presidente tuttavia non precisa quali debbano essere le opzioni per uscire da una situazione «veramente dura» in cui «il livello di violenza è sconvolgente»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

James Baker insiste, mette George W. Bush sotto pressione. In difesa del presidente arriva una volta di più da Londra il fedelissimo Tony Blair, che ieri ha incontrato il presidente a Washington. L’Iran e soprattutto la Siria si dicono incoraggiate dalle proposte della commissione bipartitica sull’Irak, Israele manifesta un’opinione diametralmente opposta. Ancora una volta al centro di una tempesta collegata alla sua iniziativa di guerra in Irak, Bush cerca di modificare, il meno possibile, la sua linea: solo quel tanto per «coprirsi» dalle critiche molto approfondite del documento e dalle insistenze dei più autorevoli fra i suoi compilatori.
Echeggiato dal primo ministro britannico, Bush ripete in sostanza che la conduzione del conflitto può contenere numerosi errori ma il suo movente, la sua aspirazione rimangono giusti. Vale a dire, nella forma più concisa scelta da Blair: «La visione è quella buona e non si deve cadere nella facile trappola di costruire un contrasto di pensiero fra gli idealisti e i realisti; questo perché nella nostra epoca il vero realismo è quello che ha gli ideali in se stesso».
Nella conferenza stampa congiunta con Blair, alla Casa Bianca, Bush ammette che in Irak «la situazione è veramente dura» e che «il livello di violenza è sconvolgente». Aggiunge che «occorre un nuovo approccio», ma non precisa quale. Cerca di deviare le critiche, almeno quelle che si appuntano su un difetto congenito di strategia: «Se la situazione è “molto brutta, come è” ciò non dipende dai nostri errori ma in primo luogo dalla combinazione tra l’estremismo congenito all’Irak e l’azione di estremisti e terroristi venuti da oltre frontiera».
Erano parecchi mesi che il presidente non tirava fuori questo elemento. E se vi è tornato su, è stato per collegarsi a uno dei suoi residui argomenti che fanno presa sull’opinione pubblica americana: «Il terrorismo va combattuto alla fonte. Lo abbiamo fatto quando siamo intervenuti in Afghanistan che era il punto d’origine della violenza criminale che ha provocato tante vittime sul suolo americano; e abbiamo liberato l’Afghanistan, ma l’epicentro della nostra guerra si è spostato in Irak. Se ci ritirassimo da questi due Paesi i terroristi ci inseguirebbero e il nuovo fronte potremmo trovarcelo in casa».
Una «dottrina» sopravvissuta alle delusioni anche recenti e che rappresenta il polo opposto agli argomenti che hanno prevalso in seno al «gruppo di studio» sull’Irak che ha appena rilasciato il suo rapporto dopo una riflessione durata mesi. E uno dei motivi cui si rifà il presidente di questa commissione, Baker, che evidentemente non intende dar tregua a Bush e che ieri ha insistito, in termini estranei al suo cauto vocabolario di regola, che «c’è rimasto poco tempo» e che bisogna agire prima che sia troppo tardi.
Nel senso cui il rapporto del «gruppo di studio» si rifà: ritiro graduale delle «forze di combattimento» americane, se possibile entro 15 mesi, e infittimento invece delle iniziative diplomatiche con l’inclusione, ancora più esplicita, dell’Iran e della Siria. Forse il punto su cui Bush è meno disposto ad accogliere i suggerimenti del comitato bipartitico che Baker ha guidato, riproponendo condizioni probabilmente ultimative: Damasco e Teheran potranno partecipare ai negoziati sull’Irak solo se si impegneranno a «rinunciare a sostenere il terrore».
Ma il Congresso e il Paese nella sua maggioranza hanno auspici molto diversi e diverse priorità. Il copresidente del «gruppo di studio», l’ex presidente della commissione Difesa della Camera, Lee Hamilton, ha insistito che non c’è niente di strano nel trattare con il nemico: con gli amici non ce n’è bisogno. Ma questa formulazione apparentemente così convincente da apparire ovvia è destinata a incontrare ben motivata resistenza non solo da parte dell’amministrazione Bush ma soprattutto da Israele, che non può rinunciare alla sua posizione secondo cui con i terroristi si può trattare solo quando questi hanno riconosciuto il loro errore.
E in Israele, dice Bush, arriverà presto Blair. Incontrerà anche i palestinesi. La missione è sempre la stessa: tentare di riportare la pace in Medio Oriente, almeno in questa parte del tormentato scacchiere.