Bush: «L’accordo in Irak rende gli Usa più sicuri»

«È un successo storico e un duro colpo per i nemici della libertà»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Conferma, anzi escalation, della soddisfazione di Washington per l’accordo raggiunto a Bagdad che dovrebbe spianare la via alla formazione di un governo iracheno, quattro mesi dopo le elezioni da cui è uscito il nuovo Parlamento. Aveva già parlato Condoleezza Rice di una «pietra miliare», adesso c’è anche la parola di Bush: la formazione della nuova coalizione a Bagdad è «un successo storico che renderà l’America più sicura». Il popolo iracheno, ha aggiunto il presidente Usa, ha detto no agli sforzi dei terroristi per dividerlo, e ha anzi scelto l’unità attraverso il compromesso.
Si apre così un nuovo capitolo nella nostra collaborazione con l’Irak democratico. «Gli Stati Uniti e i nostri alleati lavoreranno assieme al governo iracheno per rivedere le nostre tattiche, mettere a punto nuovi metodi e consolidare lo sforzo comune per ottenere la vittoria in questo fronte centrale della guerra al terrore». In pratica gli Stati Uniti continueranno e anzi incrementeranno il proprio appoggio, anche finanziario, al governo amico di Bagdad. Si sforzeranno in particolare di aiutarlo a «stabilire un controllo sulle milizie», di modo che appena sarà formato il nuovo governo possa assumere la piena responsabilità nella conduzione della battaglia contro «i terroristi e gli insorti». «Ci saranno - Bush ha messo subito le mani avanti - altri combattimenti, e ci saranno altri giorni di sacrificio e di lotta, ma i nemici della libertà hanno subito oggi un colpo veramente grave e noi abbiamo compiuto un lungo passo in avanti nella strada verso la vittoria».
Bush non è entrato nel merito della formazione del governo e del compromesso faticosamente raggiunto, che è stato poi in gran parte merito delle pressioni americane. Al punto che l’ambasciatore Usa a Bagdad, Zalmay Khalilzad, ha partecipato di persona alle trattative e anzi è stato lui a dare in pratica l’annuncio dell’accordo raggiunto quando è uscito dall’aula del negoziato esclamando: «Adesso il minestrone è pronto, ci sono tutti gli ingredienti e la temperatura è quella giusta». Khalilzad ha poi aggiunto che il procedimento «non è stata la tipica spartizione di poteri, ma la conclusione di una sorta di trattato di pace tra persone che finora si erano trovate su fronti contrapposti, e alcuni addirittura avevano attivamente combattuto il nuovo ordine.
Non tutto è pronto, presumibilmente. C’è l’accordo di massima, ma esso è contestato in tutti i partiti i cui vertici l’hanno sottoscritto. Jawad al-Maliki non è il più popolare tra gli esponenti sciiti. Che la sua scelta sia un compromesso lo dimostra anche il fatto che egli è considerato da alcuni un estremista e da altri un moderato. È stato sempre nemico del regime di Saddam Hussein, ma come esilio ha scelto Paesi non proprio democratici come l’Iran e la Siria. Inoltre è destinato a incontrare difficoltà il suo tentativo di conquistare la fiducia dei sunniti, dal momento che proprio Maliki è stato fra i più accesi propugnatori della epurazione dei «collaboratori di Saddam», vale a dire delle intere gerarchie dell’esercito, causandone così il tracollo e la crescita parallela delle milizie di partito o di setta. Indirettamente egli è dunque considerato uno dei padri degli «squadroni della morte» che hanno avuto un ruolo crescente nella lotta contro i terroristi, adottandone in parte i metodi.