Bush: "L’Iran è un pericolo Resta l'opzione militare"

Nell’amministrazione Usa si confrontano l’ala "dura" di Cheney e quella pragmatica della Rice. La Cina: "L’Onu prenda atto che la situazione è cambiata". Gordon Brown: siamo con gli Usa

Washington - George Bush non ha perso tempo ad intervenire di persona nella fragorosa polemica sollevata dall’annuncio, da parte dei servizi segreti americani, che l’Iran ha smesso da quattro anni di lavorare a un progetto di costruzione dell’arma nucleare. Una rivelazione contenuta in un rapporto firmato fra gli altri anche dalla Cia e dal Consiglio di Sicurezza nazionale, che rischia di mettere in serio imbarazzo un presidente che si è ripetutamente detto certo che gli iraniani lavorassero alla «bomba»; l’ultima volta quando le indicazioni in contrario avrebbero potuto già essere state portate alla sua conoscenza. Laddove il rapporto del 2005 affermava di essere «ragionevolmente sicuro» che l’Iran «è oggi deciso a sviluppare armi nucleari», il rapporto del 2007 dice di essere «ragionevolmente sicuro» che questi esperimenti sono stati interrotti nell’autunno 2003».

Bush non ha negato i fatti, ma li ha inquadrati in una visione più ampia e più profonda. L’Iran, ha detto, «resta una minaccia per il mondo» nonostante le nuove informazioni. Anzi, il rapporto dei servizi segreti «è un segnale d’allarme: se hanno fermato il programma vuol dire che lo avevano cominciato e dunque che potrebbero farlo ripartire. L’Iran era un pericolo, è un pericolo, sarà un pericolo se avrà il know how nucleare». L’uomo della Casa Bianca dunque non ritratta niente, né nella forma né nella sostanza. Almeno in apparenza, perché la pubblicazione del rapporto in questo momento e l’identità dei firmatari indica che un qualche riesame, almeno tattico se non strategico, è in corso a Washington.Da tempo si sapeva di un contrasto tra la linea dei più intransigenti (il vicepresidente Cheney e i suoi consiglieri «neoconservatori») e quella più pragmatica in cui si riconoscono il segretario di Stato Condoleezza Rice e il ministro della Difesa Gates, che non sono delle «colombe», ma che credono nell’utilità della diplomazia, delle pressioni economiche e della ricerca del consenso internazionale. Il documento della Cia non riflette in realtà un ripudio della strategia americana nei confronti dell’Iran, ma semmai della retorica con cui essa è stata condotta finora con la partecipazione personale del presidente. Divergenze dovute anche alla coincidenza tra la campagna elettorale negli Usa e la crisi con Teheran. Il presidente iraniano Ahmadinejad, che insiste con lo sviluppo della politica nucleare, ha più volte affermato di volere cancellare Israele dalla carta geografica: E proprio iewri, fonti di stampa israeliana, hanno annunciato che Bush visiterà lo Stato ebraico e Territori palestinesi in gennaio.

La pubblicazione del rapporto ha indotto a ricompattare le iniziative diplomatiche con Paesi come la Francia, la Germania e la Gran Bretagna. Più esplicito di tutti il linguaggio di Gordon Brown. Ma restano forti ostacoli, soprattutto in seno all’Onu. La Cina ha comunicato, per bocca del suo ambasciatore alle Nazioni Unite, Wang Guangya, che «le cose sono cambiate: l’Onu deve prendere in considerazione le informazioni contenute nel nuovo rapporto». Linea evidentemente dettata dal presidente Hu Jintao. Quanto all’ambasciatore russo, Vitaly Churkin, egli ha detto che il rapporto dà ragione alla nostra posizione». Opinione sostanzialmente condivisa dall’egiziano El Baradei, direttore dell’Aiea e oggetto di numerose critiche da parte americana per il suo atteggiamento «morbido» nei confronti dell’Iran.