Bush lancia la sfida al regime: «Più libertà per il popolo cinese»

«Profonda preoccupazione per la situazione dei diritti umani nel Paese. Ma non siamo antagonisti»

da Washington

La «profonda preoccupazione per i diritti umani in Cina», l’invito a porre fine agli arresti arbitrari e a garantire libertà di stampa, di associazione e di culto ai cittadini cinesi. E allo stesso tempo il rispetto per il Paese e la «mancanza di antagonismo» verso i suoi leader. Nelle tappe di Seul e Bangkok del viaggio asiatico, George Bush ha messo i paletti della sua visita a Pechino. Domani, con la presenza alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi, il presidente americano avrà stabilito un primato rispetto ai suoi predecessori. Nessuno ha fatto tanti viaggi all'estero come lui, neppure Bill Clinton, che viaggiava molto volentieri, neppure papà Bush, di suo più sedentario ma costretto dalla necessità di gestire una svolta storica come la scomparsa dell'Unione Sovietica.
La presenza di questo Bush si ricollega però soprattutto al viaggio degno di Marco Polo che compì nel 1972 Richard Nixon senza la cui visita, forse, la Cina sarebbe cambiata più lentamente e, con ogni probabilità, non sarebbe stata politicamente pronta per ospitare le Olimpiadi. E non si sarebbe posto neppure il problema della accettabilità morale per i leader dei Paesi liberi, di rendere onore non solo agli atleti ma, inevitabilmente, innanzitutto agli organizzatori. Diversi presidenti e primi ministri europei hanno scelto di starsene a casa, ma Bush ha preso ben presto la decisione e non si è lasciato scuotere né dalle riserve degli alleati né dalle pressioni domestiche, principalmente in Congresso. Fra i sostenitori del boicottaggio in nome dei diritti civili c'era anche l'uomo che spera di ricevere da Bush il bastone della staffetta repubblicana alla Casa Bianca: John McCain, fra l'altro, propone di sbattere in faccia alla Cina la porta del G8, meglio se dopo averne espulso la Russia. È arduo pensare che Bush abbia deciso al contrario perché affascinato dallo spettacolo che lo attende alle fatidiche 8 dell'ottavo giorno dell'ottavo mese del 2008 né dalla voglia di battere quel record presidenziale. La sua scelta è dettata da una strategia che si riassume in una parola: Realpolitik. La Cina è troppo grande e forte per poter essere messa in fila con i «cattivi» dell'Asse del Male, da cui del resto sono stati depennati l'Irak e la Corea del Nord. Si può ricevere, come ha fatto Bush, il Dalai Lama e onorarlo, ma non si può non tenere conto della realtà che vede nel regime di Pechino il rivale numero uno dell'America a medio e a lungo termine e, già oggi, un partner commerciale e finanziario senza precedenti. E poi c'è sempre la via d'uscita: a Pechino Bush «farà il tifo per gli atleti americani», ma gli resterà tempo per qualche conversazione discreta con gli statisti cinesi (tra essi il presidente Hu Jintao) sul tema dei diritti umani. Una linea mantenuta con molta fermezza in lunghi mesi di dibattiti e polemiche e che in apparenza contrasta con l'atteggiamento di questo presidente Usa nei rapporti internazionali, principalmente con la decisione di attaccare l'Irak ma anche con la linea di scontro nei confronti dell'Iran, l'enunciazione della dottrina della «guerra preventiva» e, in altro campo, la mancata adesione ai Protocolli di Kyoto. Negli otto anni ormai quasi compiuti della sua presidenza, Bush ha sottolineato che l'America può e deve, se necessario, fare da sé e non deve e non può venire a compromessi con i nemici della democrazia e le forze del Male. In realtà negli ultimi mesi, o addirittura dall'inizio del suo secondo mandato, egli ha compiuto diverse caute correzioni di rotta: ha ripreso il dialogo con gli alleati europei, ha accettato un accordo con la Corea del Nord, vantaggioso ma diverso dai consigli dei «falchi» di Washington, ha preso qualche iniziativa anche nel Medio Oriente, negli ultimi giorni ha addirittura adombrato l'accettazione di un qualche ritiro di truppe dall'Irak, più vicino alle posizioni di Obama che non all'intransigenza proclamata finora da McCain. Cambiamenti «cosmetici»? La grande politica ne contiene sempre, specie negli anni elettorali. E tuttavia non si tratta solo di questo: i viaggi dei grandi leader raramente avvengono per scelte in qualche modo frivole. Anche quando sono tanti, come nel caso di George Bush, finiscono col contenere sempre gli itinerari indispensabili. A proposito di record, Ronald Reagan quasi ne stabilì uno in negativo. Viaggiò meno di tutti gli altri presidenti moderni, ma fece quella sosta a Berlino con l'invito a Gorbaciov di abbattere il Muro.