Bush l'aveva detto: «Usa a rischio crisi» Ma era il padre

Traghettò con prudenza l'America del boom da Reagan a Clinton. Ma già in precedenza parlava di «Voodoo economics»

L'uomo politico più angosciato d'America in questi giorni si chiama George Bush. Sempre sicuro di sé, ha sbagliato molte previsioni, adesso è convinto di possedere l'unica ricetta per scongiurare una catastrofe finanziaria e dunque anche economica. Pochi si sono accorti finora che almeno in passato le intuizioni più lucide le ha avute un altro George Bush. George H. Bush, padre di George W. Bush.

In pensione da sedici anni, parco di parole, schivo di interventi pubblici, negli ultimi tempi anche visibilmente stanco e invecchiato. L'ultima volta che ha fatto notizia saranno ormai dieci anni in quella che è stata forse l'unica bizzarria della sua vita: quando, per festeggiare il suo settantacinquesimo compleanno, si è buttato da un aereo col paracadute, la prima volta nella sua vita. Se l'è cavata con una leggera storta a una caviglia e il saggio proponimento di non riprovarci più. Il paracadute ha funzionato benissimo e così è stato per «lanci» molto più importanti della sua lunga carriera.

Se non fosse così taciturno, più per riguardi che per stanchezza, dovrebbe essere il porto di numerose domande sulla crisi finanziaria della Superpotenza. E se fosse un uomo meno chiuso e più prono alle piccole rivincite, potrebbe cavarsela con una sola risposta: un rimando a una sua profezia del remoto 1980. Stava competendo con Ronald Reagan per la nomination repubblicana che avrebbe portato poi il secondo a otto anni gloriosi di Casa Bianca, su programmi innovatori fornitigli da tutto uno stuolo di nuovi economisti, fautori di esperimenti audaci che la storia avrebbe chiamato reaganomics ma i cui autori preferivano parlare di deregulation. George H. Bush ne condivideva le premesse e le intenzioni ma non gli entusiasmi. In un dibattito alla vigilia di una «primaria» importante produsse in proposito la sua frase più famosa: «Voodoo economics», l'economia da voodoo troppo basata sulla fiducia, sull'attesa di miracoli, eccessivamente ottimista e, ammoniva, alla lunga pericolosa.

La storia non parve dargli ragione. Diede ragione a Reagan che riportò l'economia e la finanza americane ad altezze siderali incarnate tra l'altro nel neologismo «megadollaro». Otto anni di successi e di crescita, poi la stecca passò al vecchio Bush, erede della Casa Bianca, che per quattro anni continuò ma rallentò. Evitò gli eccessi, non entusiasmò, tanto che non fu rieletto, ma consegnò un'America sana e vigorosa al suo successore Bill Clinton, che da democratico continuò l'opera dei due repubblicani e vi aggiunse di suo la perla rara di un bilancio federale in attivo con un considerevole surplus. Che adesso, lo sanno tutti, si è tramutato in un abissale deficit, debito addirittura al 120 per cento del Pil, valanghe di detriti dei più famosi istituti finanziari del mondo, tutte le emergenze insomma che conosciamo in queste ore.

I critici, soprattutto quelli postumi, non hanno resistito alla tentazione, magari meschina ma ghiotta e fin troppo umana, del «ve l'avevo detto io». Un coro in cui le voci eccitate dei liberal di sempre, dei keynesiani tornati sulla cresta dell'onda si mescolano alle geremiadi severe dei vecchi repubblicani tutti d'un pezzo, custodi del bilancio in pareggio come nel più sacro dei templi. Che si sappia nessuno ha tirato fuori finora la frase del fragile e affranto papà dell'attuale presidente. Nessuno, almeno fra le persone importanti, ha riparlato di voodoo economics.

E lui, George H. Bush, naturalmente tace. È nel suo stile, non ha mai levato la voce, in questi otto anni, per criticare o difendere, per esempio, le scelte del figlio in politica estera o militare. Lui che aveva gestito tutto in un altro modo, diffidente dei miracoli, prudente di fronte ai trionfi troppo improvvisi. Nessuno come lui seppe gestire le transizioni più traumatiche. Ricevette da Reagan l'Unione Sovietica sul punto di esplodere e condusse il passaggio dall'era della Guerra Fredda a quella della globalizzazione, dalla riunificazione tedesca alla ascesa della Cina a nuovo rivale numero uno dell'America, ai tanti miracoli voodoo della fine del ventesimo secolo. Fu obbligato a guidare la prima guerra del Golfo ma la fermò dopo cento ore appena raggiunti gli obiettivi proposti. Non si sa cosa avrebbe fatto in seguito se non una «profezia» affidata a un settimanale poco prima dell'11 settembre: «La cosa più sciocca che potremmo fare sarebbe occupare l'Irak con forze di terra».

Nel 1988 fu accolto a Kiev da folle plaudenti all'America e all'indipendenza dell'Ucraina. Da un balcone consigliò prudenza: meglio dedicarsi alla trasformazione democratica dell'«impero» russo. Non partecipò alle ebbrezze degli epigoni, a coloro che giocavano con i destini del mondo a colpi di debiti e di finanza appunto da voodoo. Interrogato da un biografo, il figlio si sentì chiedere se di fronte alle scelte difficili si servisse della risorsa di chiedere consiglio a papà. Rispose di no, che semmai cercava colloquio e ispirazione con Qualcuno che sta più in Alto. Chissà se oggi non rimpiange di non aver chiesto qualche parere terra terra.