Bush non vuole sentir parlare di ritiro dall’Irak

Oggi il governo di Bagdad chiederà di fissare una data, forse il 2008, ma non sembra una prospettiva realistica. La Casa Bianca assicura: daremo la caccia anche al successore di Zarqawi

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Consiglio di guerra sull’Irak, da vicino e da lontano. A quattr’occhi e in videoconferenza. Da una parte riunita a un tavolo attorno a George Bush tutta la gerarchia politico-militare Usa, dal vicepresidente Cheney al segretario di Stato Condoleezza Rice al ministro della Difesa Donald Rumsfeld. Sullo schermo lo Stato maggiore americano in Irak e l’ambasciatore americano a Bagdad, Zalmay Khalilzad. Oggi dirà la sua il governo iracheno appena completato con la nomina dei ministri degli Esteri e della Difesa, a coronamamento di trattative durate lunghi mesi. Il bilancio della prima giornata di questo «conclave», tenuto nella residenza presidenziale di Camp David nel Maryland, è stato riassunto, alla fine dei lavori, da Bush in persona, che si è occupato più del presente e del futuro immediato che non dell’avvenire a medio termine e a lunga scadenza, che pure sono stati, a quanto risulta, al centro delle discussioni. Com’era inevitabile data la felice coincidenza, il presidente ha parlato soprattutto dell’uccisione di Zarqawi, sottolineando la sua importanza: «Non sarà l’evento che pone fine alla guerra, e infatti daremo la caccia anche al successore per assicurarlo alla giustizia, ma ad ogni modo è stato un brutto colpo per Al Qaida. Il secondo in poche ore, dopo l’accordo per il governo iracheno. Siamo stati in grado, pertanto, di discutere al tempo stesso sui progressi compiuti e sulle sfide che ci attendono».
In particolare, il vertice dovrebbe servire, fra ieri e oggi, a tracciare delle prospettive se non delle scadenze. Che Bush non abbia fretta è stato chiaro fin dalle prime battute, quando è stata abbozzata una data per il completamento del ritiro delle truppe Usa dall’Irak: non meno di dieci anni. Non è una sorpresa, si badi, perché lo stabilimento di una base militare a lungo termine in quell’area geografica è stato certamente uno dei fattori, principali anche se non dichiarati, della decisione che ha portato alla guerra. Nessuno ha mai seriamente pensato che Bush intendesse condurre una guerra lampo per poi riportare i soldati a casa. Meno ancora questo è concepibile nel quarto anno di combattimenti, con 2.500 soldati Usa morti e decine di migliaia di feriti.
Il governo iracheno «rimpastato» chiederà oggi probabilmente a Washington di fissare una data molto più prossima, per esempio il 2008: ma è una iniziativa che non potrà andare lontano. Di rimpatri si è parlato e si parlerà oggi nei tempi medi e brevi. Poche ore prima dell’apertura del consiglio di guerra il generale Casey ha presentato a Bush il suo rapporto, che non contiene più, a differenza di pochi giorni fa, la richiesta di rinforzi ma invece la speranza di una «riduzione graduale delle truppe, se le forze irachene continueranno a fare progressi». In questo modo l’intera presenza militare straniera dovrebbe scendere sotto le 100mila unità entro il 2006 e a 50mila, pressappoco, nel corso del 2007. Più in là le previsioni non si spingono, perché cambia completamente la prospettiva, il movente dell’impegno americano.
Per il momento si festeggia il successo dell’uccisione di Zarqawi, che psicologicamente è forse più importante sul «fronte» dell’opinione pubblica americana che in Irak. Solo fra mesi sapremo quanto importante è stato davvero il ruolo del terrorista più ricercato e più «famoso» in Irak dopo Bin Laden. Noto soprattutto per la sua ferocia e per l’abilità nel farsi propaganda, Zarqawi si è conquistato presto il ruolo di terrorista numero uno o, secondo una colorita espressione, di «primula rossa del diavolo».
Le settimane e i mesi che verranno confermeranno o ridimensioneranno il suo ruolo e quello della sua organizzazione, che può aver rappresentato o meno Al Qaida in Irak ma che certamente non rappresenta l’altra «ala» di quelli che il Pentagono definisce «gli insorti», quella legata all’apparato politico-militare del deposto Saddam Hussein.