Bush pensa al dopo Casa Bianca e studia teologia

George Bush ha quasi smesso, dicono, di giocare a golf. Si è messo, invece, a leggere libri di storia. Continua a concentrarsi sull’Irak ma si sforza di allargare il proprio campo visivo. Cerca ancora conforto nella religione ma lo fa attraverso pacati colloqui con dei teologi. Il presidente americano, in una parola, si è incamminato sulla via che conduce dalla cronaca alla Storia. È anche una consolazione, certo, ma non un’evasione dalla grandinata di cattive notizie che implacabile lo flagella almeno dal giorno della sua rielezione.
Ad uno ad uno i suoi alleati politici prendono le distanze, o addirittura passano all’opposizione. In poco più di una settimana hanno compiuto tale passo almeno quattro esponenti di rilievo del Partito repubblicano. Prima Richard Lugar, un conservatore moderato dell’Indiana, poi George Voinovich dell’Ohio, Gordon Smith, ex falco dell’Oregon e Pete Domenici, un anziano saggio del New Mexico. Il primo, naturalmente, era stato Chuck Hagel, un conservatore al cento per cento, ma che non è mai riuscito a digerire la guerra in Irak. Se ne aspettano altri, a breve, a cominciare da Olympia Snowe, del Maine, che per lealtà finora non ha spedito al presidente la lettera che i suoi elettori da anni la supplicano di scrivere.
Sono i repubblicani, naturalmente, che hanno finora salvato Bush dalle pressioni dell’opposizione. Che ora vede la breccia e ci si avventa. Il senatore Harry Reid, leader della maggioranza democratica in Senato, ha ora rotto gli indugi e, dopo avere esitato a lungo, ha deciso di presentare al Congresso una proposta che mira a «obbligare» la Casa Bianca a ritirare le truppe dall’Irak. Non è certo una coincidenza che il New York Times sia venuto fuori nelle stesse ore con il più duro dei suoi editoriali, eloquente nel titolo («The Road Home», «La strada di casa») e nel testo: «È ora che gli Stati Uniti se ne vadano dall’Irak senza ulteriori esitazioni, solo nel tempo necessario al Pentagono per organizzare un’uscita ordinata». E la motivazione non è nuova, solo questa volta «sparata» invece che suggerita. «Come molti americani abbiamo rinviato questa conclusione in attesa di un segnale che il presidente Bush stesse realmente cercando di salvare gli Stati Uniti dal disastro da lui creato invadendo l’Irak senza motivi sufficienti, sfidando l’opposizione di tutti, senza un piano per stabilizzare quel Paese. Ma le scadenze fissate via via da Bush sono andate e venute senza alcun segno di progresso. E adesso è paurosamente chiaro che il suo unico piano è mantenere la rotta attuale finché sarà presidente per poi scaricare tutto questo disastro sulle spalle del successore. Oggi è più che mai chiaro che qualsiasi fosse la sua causa, è una causa perduta cui non si possono continuare a sacrificare vite di soldati americani».
Il New York Times, va notato, si oppose alla guerra fin dal primo giorno, anche mentre esponenti del Partito democratico, a cominciare da Hillary Clinton, votavano a favore in Senato; ma non è la veemenza dell’assalto a colpire, quanto la disgregazione della difesa. Altri presidenti hanno visto la loro popolarità toccare livelli simili a quelli di Bush, ma nessuno è rimasto così a lungo in fondo alla scala dei consensi. Anche le sue idee migliori, come la riforma dell’immigrazione, sono state spazzate via dai rancori degli uni e dalla sfiducia degli altri. I repubblicani pensano alle elezioni. Adesso, riassume la Washington Post, il loro messaggio è: «È finita, a voi Casa Bianca».
Una richiesta disperata, che non sarà accolta. Nulla sta ad indicare che Bush intenda, a questo punto, invertire la rotta. Può fare qualche concessione ai margini: elargire una mezza amnistia e non una intera, a «Scooter» Libby, braccio destro del vicepresidente superfalco Dick Cheney; far proporre dall’ambasciatore Usa all’Onu la chiusura della commissione d’inchiesta incaricata di cercare in Irak le «armi di distruzione di massa» la cui presenza fu la massima giustificazione per la guerra. Ma non intende spogliarsi di alcuno dei suoi poteri. Ha limitato le sue apparizioni in pubblico, ma non intende assolutamente «rannicchiarsi dentro un bunker». È il giudizio di Irwin Stelzer, il professore dell’Hudson Institute che è diventato uno dei suoi confidenti in queste ore difficili.
Lo ripete Henry Kissinger che va spesso a salutare Bush e lo ha trovato «sereno». Ha abbandonato ogni speranza - dice un altro suo collaboratore - di convertire qualcuno finché è alla Casa Bianca: pensa soprattutto a come sarà giudicato dai posteri, «di qui a cent’anni». E, naturalmente, da Qualcuno cui dovrà rispondere in altro modo che a un elettore.
Alberto Pasolini Zanelli