Bush perde il suo «braccio destro» si dimette il superconsigliere Rove

Regista di 42 campagne elettorali, ne aveva vinte 34. Tra queste le due dell’attuale capo della Casa Bianca

da Washington

Per alcuni era il braccio destro di George Bush, per altri addirittura «il suo cervello». Di sicuro Karl Rove è stato uno dei consiglieri più intimi e più ascoltati dell’attuale inquilino della Casa Bianca, soprattutto lo stratega delle sue campagne elettorali nel 2004 e nel 2004. Adesso ha appeso al chiodo i guantoni che bene descrivevano le sue strategie politiche. Quando ha annunciato le sue dimissioni in una intervista al Wall Street Journal, quotidiano molto autorevole e molto «amico», non ha in realtà sorpreso nessuno: ha addolorato i più radicali fra i sostenitori del presidente, ha causato il sollievo dei suoi moltissimi nemici, mancherà anche alle commissioni del Congresso e ai magistrati che da anni lo tengono nel mirino con le loro inchieste.
Mancherà, forse, anche a Bush, che lo aveva soprannominato «il ragazzo genio» per le straordinarie qualità dimostrate da Rove nell’intuire i bisogni psicologici degli elettori e su di essi modellare le campagne elettorali. Ne aveva condotte 42, vincendone 34, quasi un record nel mondo politico americano all’insegna del bipartitismo e dell’alternanza. Conosceva bene la psiche di coloro cui rivolgeva i suoi slogan e le frasi che metteva in bocca al presidente.
Aveva imparato presto, proprio da ragazzo, «lavorando» per cause difficili come quella di Richard Nixon. Aveva capito, o riscoperto, due verità semplici e fondamentali: che agli elettori conviene rivolgersi con poche parole, possibilmente brevi e facili da pronunciare e comunque da ripetere spesso e senza varianti e che, in un Paese in cui l’affluenza alle urne è in genere molto bassa, non serve coltivare gli «incerti» quanto mobilitare i fedeli. Intuito ed esperienza gli avevano anche insegnato che gli avversari è meglio colpirli duro, non necessariamente al di sopra della cintola.
Debuttò da ragazzo penetrando con un documento falso in un ufficio elettorale del Partito democratico a rubare migliaia di fogli di carta intestata, scriverci sopra «Cibo, birra e donne gratis» e poi distribuendole durante i comizi, altrui. Terminò nel 2004 conducendo contro l’avversario di Bush per la Casa Bianca, John Kerry, una campagna di «intossicazione» che riuscì a trasformare in un «problema» le medaglie guadagnate da Kerry sul campo in Vietnam. Rove non aveva inventato, del resto, questo genere di boxe «sporca».
Picchiando duro e quasi sempre vincendo, Rove si era fatto evidentemente molti nemici, soprattutto quando ha difeso una causa sempre più impopolare come la guerra in Irak. L’hanno sospettato di tutto, anche di aver «smascherato» una agente della Cia per danneggiare suo marito, un diplomatico che aveva denunciato come infondata l’accusa dell’Amministrazione a Saddam Hussein di fare incetta di uranio per la sua arma nucleare. Non è stato mai provato che sia stato lui. Qualcun altro si è presa la colpa, ha pagato più di tutti Lewis Libby, braccio destro del vicepresidente Cheney, condannato al carcere per «ostruzione di giustizia» e poi graziato da Bush.
Rove era di nuovo in ballo nell’inchiesta contro il ministro della Giustizia Alberto Gonzales, accusato di aver licenziato dei pubblici ministeri per sostituirli con fedelissimi di partito. Erano state chieste le dimissioni di Rove, ma Bush aveva bloccato l’inchiesta con il suo veto. L’intervistatore del Wall Street Journal gli ha chiesto se questo era il motivo delle sue dimissioni, ma Rove ha fieramente smentito: «Io non deciso se rimanere o andarmene secondo quello che piace alla folla». Circola, invece, anche la voce secondo cui non si tratterebbe, come spesso accade, di vere e proprie dimissioni, ma di obbedienza ai «superiori». Che la Casa Bianca abbia fatto presente a Rove che o se ne andava entro questo mese, oppure avrebbe dovuto rimanere in carica fino alla fine del mandato di Bush. La verità è probabilmente più semplice: Rove non serve più a Bush che non può ricandidarsi, e non è molto ricercato dagli aspiranti successori, perché affidare a lui la campagna elettorale del 2008 equivarrebbe a identificare il candidato con Bush, la cui popolarità rimane a livelli molto bassi.