Bush premia il Dalai Lama: scontro con la Cina

Il leader in esilio dei buddisti tibetani accolto alla Casa Bianca nonostante le proteste di Pechino che lo considera un pericoloso secessionista. La rabbia dei cinesi: "Un errore, Washington lo riconosca". La risposta: "E' un uomo di pace"

Quante divisioni ha il Dalai Lama? La domanda, attribuita a Stalin, riguardava, come tutti sanno, il Papa. Che di divisioni - spirituali - ne ha sempre avute tante, alla testa di centinaia e centinaia di milioni di credenti. Il Dalai Lama, davvero, è un profeta disarmato, in tutti i sensi: spiritualmente è alla testa di una delle «varietà» meno diffuse del buddhismo, politicamente esprime la protesta e l’identità di pochi milioni di tibetani. Eppure è su di lui che si innesca in queste ore uno dei più seri scontri, diplomatici ma non solo, tra il Numero Uno e il Numero Due del mondo, la Superpotenza americana e la potenza emergente della Cina. A lui George W. Bush consegna oggi la Medaglia d’oro del Congresso, la massima decorazione americana, con un gesto estremamente significativo: si è incontrato con il Dalai Lama altre due volte da quando è presidente, ma mai finora in pubblico: questa volta gli occhi del mondo sono rivolti alla cerimonia della Casa Bianca. Dettaglio anch’esso significativo, George W. Bush figlio di George H. Bush, che non solo è stato presidente, ma anche il primo ambasciatore Usa nella Cina comunista.
Il potere in Cina ha reagito com’era prevedibile, con durezza, esacerbata dal fatto che a Shanghai è in corso fra solenni cerimonie il congresso del Partito comunista. Si va dal «rincrescimento» a una formale diffida, passando per il portavoce del leader del Pcc, che ha espresso il voto che «gli Stati Uniti correggano gli attuali errori e cancellino la cerimonia». Il rappresentante del Pcc in Tibet, Zhang Qingli, si è definito «furioso: se il Dalai Lama può ricevere un simile premio, vuol dire che al mondo non c’è giustizia». Gli Stati Uniti, naturalmente, hanno respinto proteste e «inviti» con pari fermezza. Il portavoce della Casa Bianca ha espresso a sua volta un voto: che il governo cinese «consideri il Dalai Lama come lo vediamo noi: un leader spirituale e un uomo di pace». Come del resto attestato dal fatto che egli è già stato insignito (nel 1989, l’anno di Tienanmen) del premio Nobel.
Anche i Paesi europei hanno mantenuto una linea di fermezza in proposito, nonostante la crescente importanza dei rapporti con Pechino, conseguente alla straordinaria crescita economica cinese, che evidentemente ha un suo risvolto politico. Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha ricevuto il Dalai Lama il mese scorso, provocando da parte della Cina l’annullamento di un importante incontro bilaterale, in calendario per dicembre. E il leader buddhista si è incontrato recentemente anche con il capo del governo austriaco Alfred Gusenbauer e con il primo ministro australiano John Howard. Il prossimo appuntamento è fra pochi giorni con il premier canadese Stephen Harper, nonostante le tensioni fra i due Paesi dopo che il governo di Ottawa ha conferito l’anno scorso al Dalai Lama la cittadinanza onoraria. Hanno giovato e giovano all’alta considerazione di cui egli gode nel mondo la chiarezza e insieme la moderazione delle sue richieste: i tibetani, ha precisato, non chiedono l’indipendenza, riconoscendo i secolari legami con la Cina, bensì una «vera autonomia»; quello che Pechino con intransigenza nega.
Sul piano della Realpolitik, tuttavia, il significato maggiore della vicenda consiste nella volontà dell’America di affrontare una prova di forza, sia pure diplomatica, in un momento particolarmente delicato, in cui il linguaggio cinese si fa più aspro, prevalendo anche sui momenti di distensione e perfino di collaborazione, in particolare a proposito della Corea del Nord. Pechino ha messo il veto alle sanzioni contro l’Iran, ribadendo il suo principio fondamentale della «non interferenza negli affari interni di un Paese sovrano»: misura preventiva nei confronti di pressioni e richieste di democratizzazione anche parziale in Cina. Tutto questo sullo sfondo, naturalmente, di una fase assai impegnativa della politica estera di Pechino, che prende di mira i Paesi di quello che fino a qualche tempo fa si chiamava Terzo Mondo, a cominciare dall’Africa e dall’America Latina. L’asso nella manica dei cinesi è proprio la totale separazione fra le relazioni internazionali di uno Stato e libertà o repressione all’interno. Regimi e governi non democratici sono attratti da questo «sconto», per qualche verso paragonabile alla pratica commerciale delle esportazioni a prezzo artificialmente basso.
La Realpolitik, risponde dunque l’America, non è tutto. Lo dimostra fra l’altro la condanna del rifiuto cinese di efficaci pressioni internazionali sulla dittatura militare in Birmania. Un altro caso in cui le prime vittime della repressione sono dei leader spirituali, le centinaia di migliaia di monaci buddhisti armati solo della non violenza. Da qualche parte, forse, ci sono davvero le «divisioni» del Dalai Lama.