Bush promette a Olmert: «Isoleremo l'Iran»

Sì alle sanzioni economiche. Il premier d’Israele: «Gli ayatollah devono capire che o scendono a patti o subiranno conseguenze». Cauta apertura ad Hamas

Gian Micalessin

È entrato a gamba tesa ed è uscito con un mezzo sorriso. La tattica è sempre la stessa. Far presagire i peggiori scenari per poi regalare l’immagine di una Casa Bianca solerte e attenta alle richieste israeliane. Stavolta la preoccupazione di Ehud Olmert era l’Iran. Il primo ministro israeliano temeva gli effetti della vittoria democratica al Congresso. Temeva i ripensamenti di un George W. Bush «dimezzato» e incerto nella crociata contro il nucleare iraniano. Temeva di perdere quella sintonia con Washington di cui aveva sempre goduto il suo predecessore Ariel Sharon. Per stimolare l’alleato si era fatto precedere da dichiarazioni ridondanti in cui si leggeva la minaccia di una solitaria incursione contro le installazioni iraniane. Bush non l’ha né tradito, né abbandonato, ma gli ha promesso di isolare Teheran.
«Il mondo deve unirsi per far capire agli iraniani che se continueranno sulla loro strada si ritroveranno isolati», spiega il presidente americano al termine di 50 minuti di colloquio ribadendo la volontà di procedere con le sanzioni economiche e descrivendo l’Iran come una «minaccia alla pace mondiale». Bush si guarda bene però dal sottoscrivere ipotesi d’intervento militare. «Il nostro strumento per imporre l’isolamento – dichiara - sarà economico, la loro intransigenza dovrà avere delle conseguenze». Olmert sfrutta l’ambiguità del termine «conseguenze», su cui non dà chiarimenti, per far intravedere intese capaci di contemplare più di semplici sanzioni. «Dobbiamo fermarli prima della soglia oltre la quale avranno il controllo di ordigni nucleari... L’Iran deve capire che la mancata accettazione di un compromesso comporterà delle conseguenze... non posso dire quali saranno, ma posso dirvi che appoggio gli sforzi del presidente ed esco incoraggiato dall’incontro».
Sul vertice gravavano le nubi della difficilissima situazione palestinese aggravata dal tragico errore dell’artiglieria israeliana a Beit Hanun. Per salvare l’alleato da una risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza Washington aveva dovuto metter mano al diritto di veto. Un veto costato la rappresaglia della Lega araba solertissima, 24 ore dopo, nel cancellare l’adesione all’embargo contro Hamas concordato con Stati Uniti ed Europa. Per rimediare Olmert è arrivato all’appuntamento con il presidente americano inanellando una serie di buoni propositi. Il primo, prospettato in un’insolita intervista al giornale palestinese Al Quds, è quello di trattare anche con i ministri di Hamas in caso di riconoscimento di Israele, di rinuncia alla lotta armata e di accettazione dei precedenti accordi stipulati dall’Autorità palestinese. Una dichiarazione di puro principio visto che Hamas continua a ipotizzare al massimo una semplice tregua, ma necessaria per non venir tacciato di rigidità. Più realistica suona la promessa di rilasciare un congruo numero di prigionieri palestinesi, anche perché legata alle trattative in corso per la liberazione del caporale Gilad Shalit rapito da Hamas lo scorso giugno.
A dare una mano a Olmert e a metter fine allo stallo ci pensano comunque gli stessi palestinesi dando finalmente un nome al successore del premier Ismail Haniyeh alla testa dell’Anp. Il 60enne Mohammed Shabir, ex rettore dell’Università islamica di Gaza, laureato in Microbiologia nel West Virginia, non è propriamente un indipendente. La sua precedente carica di rettore dell’università di Gaza, dove insegnava lo stesso Haniyeh e da cui escono molti dei giovani quadri di Hamas, lo identifica, se non altro, come vicino ai Fratelli Musulmani. Olmert e la Casa Bianca non possono permettersi il lusso di storcere il naso. L’irrigidimento delle posizioni determinato dalla strage di Beit Hanun non consente al presidente palestinese Abu Mazen di continuare lo scontro frontale con Hamas senza rischiare accuse di tradimento. La rottura dell’embargo da parte dei Paesi arabi e i dubbi europei rendono estremamente difficile, peraltro, la proroga del blocco degli aiuti utilizzato per metter in ginocchio il governo di Hamas.
La soluzione migliore per Israele e Casa Bianca da una parte e Hamas e Fatah dall’altra è un compromesso attraverso l’interposta persona del professor Shabir. Conosciuto come un moderato non legato direttamente ad Hamas, Shabir potrà permettersi il lusso di riconoscere i precedenti trattati con lo Stato ebraico senza costringere Hamas a dare spiegazioni alla base più intransigente. Dall’altra parte Olmert e la Casa Bianca potranno fingere di considerarlo un «indipendente» e dedicarsi a rafforzare Abu Mazen e la componente più moderata di Fatah.