Bush resta in Cina e finisce sotto accusa

I primi a chiederselo sono stati gli analisti di Stratfor, il centro studi noto per essere l’ombra della Cia. Perché la Casa Bianca non ha impedito al presidente Saakashvili di lanciare il blitz nell’Ossezia del Sud? A Tbilisi ci sono centinaia di consiglieri americani, politici e militari. Possibile che nessuno sapesse? Domande che per ora restano senza risposta; anche se alcune fonti vicine al Pentagono accreditano lo scenario più inverosimile. Il leader georgiano avrebbe deciso tutto da solo, in piena notte, mettendo Washington di fronte al fatto compiuto. Un colpo di testa, il suo, favorito, probabilmente, dal clima di fine regime che si respira in questi giorni a Washington e dimostrato dal comportamento di George Bush, un presidente a fine mandato, che ha preferito rimanere a Pechino per seguire i Giochi Olimpici, anziché rientrare subito a Washington in risposta alla crisi nel Caucaso. Un Bush arrendevole, distratto che ha calibrato male la prima reazione e che ora fa la voce grossa, peraltro con scarso successo.
E la crisi si riverbera sulla campagna elettorale, a tutto vantaggio di John McCain. Quale miglior occasione per dimostrare la tempra del Comandante in Capo, tanto cara agli elettori? Il candidato repubblicano da sempre diffida di Vladimir Putin e sin dall’inizio ha condannato duramente «l’aggressione russa». Ieri è tornato alla carica, esigendo il ritiro immediato dell’Armata rossa e invocando una riunione straordinaria della Nato. Nonostante i dubbi di Stratfor di altri think tank di politica estera, il pubblico americano è schierato dalla parte di Tbilisi; dunque del candidato repubblicano la cui popolarità è in aumento.
E Obama? È in vacanza alle Hawaii e, inevitabilmente, le tv parlano poco di lui. L’Ossezia, comunque, non gli porta fortuna. Ha rilasciato una sola dichiarazione in cui ha optato per una linea molto prudente, guardandosi dall’attribuire le responsabilità alla Russia. Ma la moderazione in queste ore non paga, tanto più che dal partito democratico si levano voci molto critiche verso il Cremlino. Zbigniew Brzezinski, ex consigliere di Carter e ispiratore delle strategie euroasiatiche degli Usa, ha paragonato l’invasione della Georgia all’attacco di Stalin alla Finlandia e ha sollecitato l’Occidente a minacciare sanzioni economiche contro la Russia. Un altro analista molto conosciuto, questa volta conservatore, l’analista Robert Kagan, ritiene che l’8 agosto 2008 verrà ricordato dagli storici «come un momento non meno significativo del 9 novembre 1989, quando cadde il Muro di Berlino». Lo stile è «quasi da 19° secolo», perché nell’era della globalizzazione «si ricorre al potere militare per perseguire obiettivi geopolitici».
Da destra e da sinistra aumenta la pressione su Bush. Urge una svolta.