Bush richiama gli alleati: «Mantenete le promesse e aiutate davvero l’Irak»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Un attivista repubblicano la mette così: «Un rullo costante di tamburi che portano buone notizie». Dopo l’uccisione di Zarqawi, dopo il successo mediatico del viaggio lampo a Bagdad, George Bush è gratificato anche dal ritorno ufficiale alla guida della sua campagna elettorale di Karl Rove, prosciolto dopo mesi dall’accusa di coinvolgimento in un grave scandalo politico. E si comporta come è scritto nelle strategie raccomandate da Rove: sempre all’offensiva, soprattutto senza perdere le buone occasioni. E così riecco una conferenza stampa di Bush all’indomani del rientro da Bagdad, due giorni dopo l’annuncio della morte del terrorista più odiato e ricercato dopo Bin Laden. Non ci poteva essere molto di nuovo, ma il presidente, continuando a battere il ferro finché è caldo, ha precisato o sviluppato alcuni punti del suo programma immediato e a media scadenza. Su Zarqawi: «La sua uccisione non deciderà le sorti della guerra, ma lascia i ribelli e i terroristi gravemente indeboliti». Sul nuovo governo iracheno, con una reiterata dichiarazione di totale fiducia nel primo ministro Maliki sul piano politico e sul piano personale. «Il suo governo è di unità nazionale, include un ministro della Difesa estremamente qualificato, ha il programma giusto, rappresenta l’intera nazione. L’America manterrà la sua parola e lo aiuterà al massimo», anche nell’annunciata imminente operazione che dovrebbe vedere impegnati decine di migliaia di soldati iracheni nella campagna militare per «pacificare» Bagdad.
Ma anche gli altri Paesi dovranno fare la loro parte: non solo i vicini arabi, cui Bush si era già appellato parlando da Bagdad ma anche gli alleati e i partner dell’America in genere, inclusi dunque gli europei: il «nuovo Irak» va sostenuto, soprattutto ma non solo economicamente. «Incoraggiamo coloro che hanno fatto promesse ad aiutare davvero il governo iracheno», ha ribadito il presidente Usa. È una specie di cartina di tornasole per gli amici vecchi e nuovi degli Stati Uniti. Su Guantanamo: in quello che è anche un gesto per venire incontro a questi alleati riluttanti o dubitosi, Bush si è detto disposto a chiudere quel campo di prigionia che tanto ha nuociuto alla popolarità dell’America nel mondo. Ma non subito: «Aspetterò la sentenza della Corte Suprema». Che potrebbe essere di compromesso, un invito più che una sconfessione o una condanna. Le elezioni, infine: che Bush ha collegato per la prima volta apertamente con le operazioni in Irak. E, sempre per la prima volta, ha fatto una previsione: «In novembre vinceranno ancora i repubblicani, manterranno la maggioranza di cui oggi dispongono sia in Senato sia alla Camera.
Segno che l’uomo della Casa Bianca sente adesso di avere delle carte da giocare su tutti i tavoli, internazionali e interni, addirittura di ritrasformare la guerra da palla al piede ad apportatrice di voti, amplificando una tendenza al rimbalzo delle quotazioni di Bush che è per ora abbastanza modesto ma che era cominciato alcune settimane fa e a cui le notizie finalmente buone dai campi di battaglia dovrebbero fornire carburante per una accelerazione. I segnali ci sono e c’è alla Casa Bianca una sensazione sconosciuta da almeno due anni: quella di poter riprendere adesso gli eventi in pugno invece di esserne trascinati. Il dato più incoraggiante è che l’uccisione di Zarqawi ha ridato alla maggioranza di americani l’impressione di «stare vincendo» la guerra. Sono in 48 su cento, adesso, a prevederlo, un mese e mezzo fa era solo il 39 per cento. E l’indice di approvazione di Bush è risalito dal 31 al 38 per cento nello stesso poll, anche se risulta invece diminuito, dal 35 al 33 per cento, in un sondaggio concorrente della Cbs.