Bush: via a un ritiro limitato dall’Irak

Il capo della Casa Bianca, in recupero di popolarità, annuncia il rimpatrio di alcune brigate, secondo il piano del generale Petraeus. <a href="/a.pic1?ID=206107" target="_blank"><strong>Le &quot;frasi chiave&quot; del presidente</strong></a>. Ucciso il più influente leader sunnita

Washington - David Petraeus ha vinto la sua prima battaglia. Non in Irak, ma in America. Come si addice a un militare che da tempo è soprannominato «il generale politico», politico è il successo, per lui e per il suo comandante in capo, che si chiama George Bush. Il presidente, che ha parlato a sua volta la notte scorsa per 18 minuti dalla Sala Ovale, non aveva evidentemente molto da aggiungere a quello che avevano detto il suo rappresentante militare in Irak e quello politico, l’ambasciatore Crocker: si è limitato a dare la sua «benedizione» al piano annunciato nelle testimonianze dei due al Congresso, che include il rimpatrio (graduale ma con inizio immediato, entro dicembre 5700 uomini) delle cinque «brigate da combattimento» - e probabilmente anche delle altre tre unità - mandate a Bagdad negli ultimi mesi nel quadro dell’operazione «Surge», ma esclude il ritiro del contingente dislocato a Bagdad e dintorni negli scorsi anni.

Bush ha potuto dunque ribadire che non ci sarà quella ritirata dell’America dall’Irak che egli ha più volte definito rovinosa. Non, almeno, durante la sua presidenza, ma una decisione in tal senso sarebbe estremamente difficile anche per il suo successore, chiunque egli sia dal gennaio del 2009. La vera novità fra le parole di Petraeus e il discorso dalla Casa Bianca è un sondaggio che rivela un certo «rimbalzo» di Bush nel giudizio degli americani. Di otto punti secondo i dati raccolti per il Wall Street Journal, che rappresentano la prima inversione di tendenza dopo molti mesi. Questo anche se in cifra assoluta l’approvazione per la condotta presidenziale della guerra è estremamente bassa: 30 per cento, che sarebbe un minimo storico se non fosse stata preceduta, appunto, dal 22 per cento registrato in luglio.

Trentacinque americani su 100 (dato invariato) continuano a ritenere che sia «valsa la pena» andare in guerra per abbattere la dittatura di Saddam Hussein, 24 su 100 ritengono che le truppe Usa dovrebbero rimanere fino a che l’Irak non diventerà una «democrazia stabile», gli altri vogliono il ritiro, immediato per il 26 per cento, entro l’anno prossimo per gli altri. La grande maggioranza, infine, oltre i due terzi, ha fiducia soprattutto nei comandi militari. Solo il 21 per cento vorrebbe che la guerra fosse «diretta» dal Congresso e appena il 5 per cento si fida soprattutto della Casa Bianca. Con tutte questi limiti, il dato rimane positivo per Bush. I nuovi consensi, infatti, vengono tutti da elettori repubblicani o indipendenti (nessun democratico si è convertito), ma sono i voti che contano, perché contribuiscono a circoscrivere le defezioni dei repubblicani in Congresso, che ancora due mesi fa sembravano contagiose.
I democratici, persa la schermaglia televisiva con Petraeus, si stanno consultando sul da farsi, ma non potranno fare altro che ripresentare risoluzioni intese a legare le mani a Bush - come sostiene Obama - per obbligarlo a fissare una data per il ritiro totale delle forze Usa dall’Irak. Un documento del genere ha bisogno al Senato di 60 voti su 100. I democratici sono 51, ma uno di loro (il «falco» Lieberman, sull’Irak vota sempre con i repubblicani) e dunque sono in 50, anche adesso che si è ripresentato il senatore Johnson, che era stato colpito da un ictus subito dopo l’elezione. Hanno dunque bisogno di dieci repubblicani. L’ultima volta ne trovarono sei, che evidentemente non bastavano. E hanno in realtà poche speranze di aggiungerne quattro: anzi uno o due «ribelli» potrebbero tornare all’ovile, a causa sia delle buone notizie portate infine da Petraeus, sia per le opportunità delle campagne elettorali in corso.

Come minimo, dunque, Bush ha guadagnato tempo, che è poi tutto quello che poteva aspettarsi in questa situazione. L’America in Irak ha vinto un paio di battaglie, ma non la guerra e, in un tipo di conflitto fondato sulla guerriglia, sono sempre possibili capovolgimenti. Se n’è visto uno ieri, importante: l’assassinio a Ramadi del leader tribale Abdul Sattar Abu Risha, il più influente fra i capi tribali sunniti che si sono schierati contro Al Qaida e con gli americani determinando il capovolgimento nella provincia di Anbar. Un’altra incognita è il ritiro, ormai completato, delle truppe britanniche da Bassora, che apre un vuoto nella regione petrolifera e potrebbe richiedere l’invio di truppe Usa.