Bush: «La rivolta magiara del ’56 sia d’esempio»

Elogio al governo di Budapest per l’appoggio militare: «Dobbiamo continuare a sostenere lo sforzo di Bagdad per costruire istituzioni democratiche. Occorre pazienza»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Il mondo come una sola, grande Via Paal. Un riferimento letterario inusuale in un discorso di George Bush ma bene in linea con il senso e il tono dell’appassionato messaggio che egli ha rivolto da Budapest agli ungheresi e al mondo commemorando, cinquant’anni dopo, la rivoluzione anticomunista del 1956. Con qualche mese d’anticipo, per la verità, dal momento che la cerimonia ufficiale si svolgerà nell’anniversario esatto, cioè il 23 ottobre. Ma il presidente americano si trovava a passare da quelle parti (aveva partecipato a un vertice a Vienna con i leader dell’Unione europea) e ha colto l’occasione per pronunciare quello che secondo gli esperti è uno dei migliori discorsi della sua carriera, «un poema alla libertà e alla democrazia», pronunciato sulla collina di Gellert, che dalle alture di Buda domina il Danubio.
All’aria aperta, dunque, cosa che Bush ha fatto finora in rari casi e tutti nell’Europa Orientale, a conferma che quelli sono i posti al mondo in cui egli si sente più a suo agio. Prima di parlare egli ha deposto fiori in memoria delle vittime della repressione sovietica e ha ricordato il «costo altissimo che l’Ungheria pagò nella sua lotta per l’indipendenza, prendendo così la leadership nella causa della libertà sulla terra. Vi porto i saluti di una nazione che ammira il vostro coraggio e che oggi lo propone a esempio per tutti. Coraggio e perseveranza. Eravate soli ma trentatré anni dopo quell’insurrezione affogata nel sangue ha condotto alla libertà e alla democrazia del popolo magiaro e di tutta l’Europa». Una dimostrazione, ha aggiunto Bush, che «la libertà può essere ritardata ma non negata, in quanto desiderarla è un sentimento universale: perché la libertà ci viene dal Creatore».
Bush ha ricordato anche, in un accenno autocritico che riprende un tema affrontato in Lituania, che gli ungheresi nel 1956 furono in sostanza lasciati soli. «Gli Stati Uniti furono felici di aprire le porte agli esuli, ma oggi abbiamo appreso qualcosa di più dalle esperienze dei popoli che si sono sollevati e sacrificati perché vogliono la libertà. Abbiamo imparato dal vostro esempio e non abbiamo dubbi che dove un popolo lotta per la libertà l’America sarà al suo fianco». Un’affermazione per condurre direttamente al tema che da anni sta più a cuore al presidente Usa: l’Irak. Bush ha esaltato una volta di più il nuovo premier di Bagdad, Nuri al Maliki, che ha detto «animato dagli stessi ideali che mossero nel 1956 i patrioti magiari».
Elogio all’Ungheria anche perché ha inviato e finora mantiene un contingente militare in Irak, a conferma che gli ideali che hanno ispirato questo popolo nel 1956 e poi nel 1989 sono gli stessi che animano il popolo americano. Questa giovane democrazia conferma se stessa affiancandoci nella guerra contro il terrore e contribuisce a portare speranza a milioni di esseri umani in una parte del mondo così vitale per tutti». Insieme, dunque, «dobbiamo continuare a sostenere lo sforzo dell’Irak per costruire istituzioni democratiche. La brutalità non ferma la marcia della libertà. Quello che occorre è la pazienza, lo stesso tipo di pazienza che il popolo ungherese ha dimostrato dal 1956 in poi. E che gli americani hanno finora dimostrato, anche se con crescente fatica e sotto pressioni sempre più forti.
Poche ore prima del discorso di Bush a Budapest, il Senato di Washington ha confermato un appoggio in linea di massima alla Casa Bianca sulle grandi linee del conflitto iracheno, respingendo due documenti presentati dall’opposizione democratica in cui si chiedeva rispettivamente l’inizio del ritiro delle truppe americane dall’Irak e la fissazione di una data per completarlo. Il Congresso ha agito in questo modo nonostante i sondaggi di opinione pubblica rivelino che oggi la maggioranza del popolo americano è favorevole al rientro del contingente militare. Se diversi senatori democratici hanno manifestato col voto la massima prudenza in materia è, oltre che per un motivo patriottico, anche per la prossimità delle elezioni parlamentari di novembre. Aderire al «partito della pace» metterebbe, nonostante tutto, in pericolo diversi seggi senatoriali cruciali.