Bush rivoluziona lo staff per migliorare l’immagine

Rove non sarà più capo dell’ufficio politico ma resta consigliere

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Un altro paio di scrollate all’albero del «Politburo» di George Bush. Ne sono caduti, stavolta, due fra i personaggi più noti dello staff presidenziale: il portavoce della Casa Bianca, Scott McClellan e, in parte, il collaboratore più famoso di tutti, Karl Rove. Quest’ultimo non esce del tutto dal giro: depone soltanto uno dei due «cappelli», quello di capo dello staff per la «formulazione politica», quello di cui è stato insignito un anno fa anche come premio per il modo estremamente efficace con cui ha ricoperto il primo incarico, quello di principale consigliere politico di Bush: in pratica di artefice delle sue campagne elettorali.
McClellan è stato portavoce della Casa Bianca per quasi tre anni, in cui si è distinto per la sua difesa a «catenaccio» delle decisioni presidenziali, per la sua secchezza nelle risposte giudicate da molti giornalisti elusive e per aver contribuito a creare un clima di tensione fra la Casa Bianca e la stampa; anche se in tutto questo il suo ruolo in realtà è stato soprattutto quello di parafulmine. McClellan aveva sostituito Ari Fleischer, come lui fautore della linea dura e noto soprattutto per aver coniato la famosa formula dell’«Asse del Male». Sarà annunciato fra breve il nome del successore. Quelli di cui si parla di più sono Victoria Clarke, che ha già ricoperto lo stesso incarico al Pentagono, Tony Snow, scrittore di discorsi per il presidente Bush senior a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 e Dan Senor, che è stato fra l’altro portavoce della «coalizione» nella prima fase della guerra in Irak.
Due su tre, come si vede, hanno un reciso passato di «falchi». Ed è probabile che appartenga alla categoria anche Snow, pur se sollecitano qualche curiosità i suoi passati rapporti con il vecchio Bush, di cui sono note le divergenze dal figlio a proposito dell’Irak. Ufficialmente, come sempre, quello di McClellan non è stato ufficialmente un siluramento, ma è avvenuto su richiesta dell’interessato ed è stato accompagnato da un grande sfoggio di cordialità fra questi e il presidente. Lui si è accomiatato con l’equivalente di un saluto militare: «Ho dato il meglio di me, Sir, e le ho dato tutto quello che avevo, Sir».
Più complesso il caso di Rove, che è stato infatti, «affondato» in un rimpasto annunciato come «tecnico», con il fine di «ristrutturare e rinvigorire» l’Amministrazione. C’è un nuovo capo dello staff della Casa Bianca, Joshua Bolten che viene da una posizione nell’economia e che ora si è portato con sé, al posto di Rove, Joel Kaplan. Ma Rove manterrà, come si è visto, il suo ruolo originario e principale. E questo per due motivi. Il primo è che come stratega delle campagne elettorali di Bush egli ha avuto grandi successi per tre elezioni di fila, distinguendosi non soltanto per l’efficacia, ma anche per l’aggressiva spregiudicatezza delle sue tattiche: mai difensive, sempre all’attacco spesso alla ricerca della vena giugulare dell’avversario.
Incombe ora un quarto, difficile test, con le elezioni congressuali in novembre, in cui si delinea, principalmente a causa del tracollo della popolarità di Bush, la possibilità della conquista da parte dei democratici di almeno un ramo del Congresso. Il secondo motivo è tuttavia ancora più importante: a ragione o a torto Rove è considerato il «cervello» di Bush nella politica interna, così come Rumsfeld lo è per le cose militari. Egli è inoltre sotto indagine per la responsabilità di azioni scorrette contro i critici della guerra in Irak. Lasciarlo andare, o lasciar cadere Rumsfeld, sarebbe interpretata da molti come una sconfessione anche di se stesso da parte di Bush.