Bush: «Se ci ritirassimo dall’Irak lo consegneremmo al nemico»

La Casa Bianca si rivolge agli americani mentre Cheney vola a Bagdad. Realistico il rientro di 30mila soldati entro il 2006

da Washington

«Ritirarsi dall'Irak ora vorrebbe dire consegnare il Paese a un nemico che vuole attaccarci e manderebbe al mondo il segnale che dell'America non c'è da fidarsi». Il presidente americano George W. Bush ripete ancora una volta l’importanza per gli Stati Uniti di ritirare le truppe solo nel momento in cui il Paese sarà in grado di difendersi da solo dalla guerriglia sunnita. Per Bush, le elezioni di giovedì scorso in Irak «non significano la fine della violenza», ma sono piuttosto «l'inizio di qualcosa di nuovo: una democrazia costituzionale nel cuore del Medio Oriente. E questo voto, a quasi diecimila chilometri di distanza, in una regione vitale del mondo, significa che l'America ha un alleato di forza crescente nella lotta contro il terrorismo».
Il discorso di Bush è arrivato dopo la visita a sorpresa in Irak del vicepresidente Dick Cheney, che ha incontrato il presidente iracheno Talabani e il premier Al Jaafari, si è rallegrato per «le fantastiche elezioni» e si è complimentato con i vertici delle forze armate Usa nel Paese, rimarcando che «andare via ora sarebbe l’unico modo per perdere». Cheney ha poi parlato a Bagdad rivolgendosi a una folla di militari statunitensi, tenuti all’oscuro fino all’ultimo del suo arrivo e riuniti per ascoltare un «ospite segreto». «Alcuni sostengono - ha detto il vicepresidente - che la guerra non si può vincere e altri, pochi, sembrano piuttosto ansiosi di dimostrare che la guerra è già finita. Ma sbagliano - ha sostenuto Cheney - l’unico modo per perdere è andarsene, e questa non è un’opzione».
Tornando alle elezioni, sicuramente le ha perse la guerriglia, che non è riuscita, per la terza volta, a costringere gli iracheni a disertare le urne. La macchina militare ha funzionato complessivamente più che bene e le forze di sicurezza locali hanno giocato un ruolo davvero significativo. Ora però sono in tanti ad aver voglia di incassare il «dividendo» di questo successo, procedendo al ridimensionamento delle forze della coalizione. Un primo passo in questa direzione verrà con il ritorno del dispositivo militare alleato ai numeri precedenti la fase di emergenza elettorale, che si è protratta per oltre quattro mesi: per il Pentagono questo vuol dire scendere da quasi 160mila soldati a circa 137mila. E per fine 2006 altri 7-10mila soldati potranno forse rientrare.
Parallelamente anche molti dei Paesi alleati si apprestano a limare o a preparare il ritiro dei propri soldati. In particolare la Gran Bretagna, che si sta preparando ad assumere il comando delle operazioni in Afghanistan, dove dovrà schierare migliaia di soldati, spera di poter ridurre il proprio impegno nel sud del Paese. L’Italia è pronta a fare la stessa cosa, naturalmente gradualmente.
Però, anche se ai politici farebbe comodo poter offrire all’opinione pubblica una tabella di marcia precisa, un piano di disimpegno militare con appuntamenti predefiniti, in realtà una scelta del genere sarebbe controproducente. Ad esempio, offrirebbe alla guerriglia l’opportunità di decidere un rallentamento dell’attività, per risparmiare uomini e mezzi e poi riprendere in forze l’offensiva quando americani e alleati saranno meno numerosi.
Sarà la situazione militare, politica e sociale a dettare il passo. Nel contempo le forze irachene hanno compiuto straordinari progressi: contavano 96mila uomini a settembre 2004, sono salite a 212mila alla fine di novembre 2005 e gli effettivi continuano a crescere. Il lavoro da compiere è ancora molto, ci vuole tempo per consentire alle unità irachene di acquisire quella esperienza sul campo, assolvendo compiti sempre più difficili. Ciò è indispensabile per dare un significato a corsi di formazione che restano comunque molto compressi. Inoltre l’addestramento è focalizzato sul contrasto alla guerriglia, ma le reclute prima o poi dovranno acquisire un bagaglio più completo. Inoltre il traguardo, il numero di soldati e poliziotti di cui l’Irak ha bisogno continua a essere incrementato: solo lo scorso anno il Pentagono pensava che sarebbero bastati 250mila uomini. Oggi si parla di 350mila ed è probabile che si salga ancora.