Bush sfida i critici sull’Irak: nessuna data per il nostro ritiro

A Washington voto quasi unanime del Congresso contro l’immediato rimpatrio delle truppe

Roberto Fabbri

Un ritiro immediato dall’Irak sarebbe «una ricetta per il disastro». George W. Bush non cambia musica e sceglie per suonarla una base militare americana: quella di Osan, nella Corea del Sud, dove ha fatto scalo nel corso della sua faticosa missione asiatica che ieri lo ha portato a Pechino per la terza volta dall’inizio del suo doppio mandato presidenziale. Oggi il numero uno degli Stati Uniti ha tra l’altro in programma di andare a Messa in una delle cinque chiese protestanti aperte nella capitale della Cina comunista, come gesto simbolico di sostegno alle libertà religiose.
Tornando all’Irak, Bush parla sull’onda di un chiaro successo politico, appena ottenuto alla Camera dei deputati di Washington. Qui, reagendo a una dura dichiarazione del democratico John Murtha che chiedeva l’immediato inizio del ritiro delle truppe Usa dall’Irak, lo stesso partito repubblicano ha fatto mettere ai voti una risoluzione simbolica che chiedeva la stessa cosa. Un espediente per mettere in evidenza che le posizioni di Murtha, che è un reduce del Vietnam ed è un responsabile del partito democratico per le questioni attinenti alla Difesa, erano isolate: e infatti i deputati l’hanno respinta con l’inequivocabile risultato di 403 no contro 3 soli sì. Lo stesso Murtha ha votato contro in un clima di tensione, ritenendosi insultato da quella che è parsa ai democratici una provocazione.
Bush ha tenuto il suo discorso in un hangar della base aerea in Corea, convenientemente arredato con teli mimetici. Pur consapevole del calo della propria popolarità in America soprattutto a causa della sequenza senza fine delle uccisioni di soldati Usa in Irak, il presidente non ha inteso mostrare alcun cedimento. L’obiettivo resta quello di conseguire una vittoria completa, e andarsene da Bagdad prima equivarrebbe a tradire gli iracheni che si stanno impegnando per arrivare a gestire da soli il proprio Paese.
«Fino a quando sarò io il comandante in capo - ha detto il presidente degli Stati Uniti ai soldati di Osan - la nostra strategia sarà quella di combattere i terroristi in Irak finché avremo ottenuto la vittoria per laquale i nostri coraggiosi soldati hanno combattuto e hanno dato il sangue». Reso omaggio ai militari americani per quanto hanno fatto per la causa della libertà e della democrazia in Corea e in Giappone, Bush ha affrontato la questione Irak. «Il nostro lavoro per la pace e la libertà richiede grossi sacrifici alle nostre truppe - ha riconosciuto il presidente -. A Washington ci sono alcuni che dicono che il sacrificio è troppo grande e che ci sollecitano a fissare una data per il ritiro, prima che abbiamo portato a termine la nostra missione». Ma i nostri comandanti sul campo, continua Bush, «conoscono meglio le cose». E cita il generale William Webster, uno dei responsabili della missione irachena, secondo il quale appunto fissare una data per il ritiro dall’Irak «sarebbe una ricetta per il disastro».
Ad ogni buon conto, un piano per un ritiro scaglionato delle truppe americane dall’Irak è già arrivato sul tavolo del ministro della Difesa Donald Rumsfeld. Elaborato dal generale George Casey, prevede diversi casi e ipotizza, se le elezioni irachene di metà dicembre si svolgeranno senza gravi disordini, un avvio del ritiro per i primi mesi dell’anno prossimo. Nel corso del 2006 il parziale ritorno a casa dei soldati americani potrebbe continuare, ma solo se si verificheranno una serie di condizioni. Le forze armate irachene dovranno raggiungere un livello di preparazione tale da garantire la sicurezza del Paese senza il sostegno statunitense; la ricostruzione materiale e lo sviluppo economico dell’Irak dovranno aver raggiunto standard rassicuranti; le istituzioni politiche dovranno aver dimostrato alla prova dei fatti un adeguato consolidamento. Progressi in queste direzioni stanno avvenendo, ma la strada appare ancora lunga.