Bush a Siria e Iran: aiutate l'Irak ma fuori dai confini

Alberto Pasolini Zanelli
da Washington

Un interlocutore a fianco, un nemico polemico a media distanza, un possibile nemico militare con cui sedersi a un tavolo, il nemico elusivo di sempre in un lontano deserto, un avversario che colpisce duro come non mai in casa. È la paletta da cui George Bush può scegliere tanti colori per un ritratto del mondo che non è più soltanto quello dell'America latina. Polemiche a raffica, raffica di risposte, pluralità di iniziative e di reazioni. Ecco il presidente Usa su un palco di Sao Paulo, a fianco a fianco con quello che teoricamente è il suo avversario ideologico in Sud America: il collega brasiliano Inácio Lula da Silva, un «rosso», o almeno un populista. Si sono parlati, si sono intesi, hanno perfino varato qualcosa di simile a una strategia comune, basata su una comunanza di interessi. Sorprendente o almeno nuova: il fronte dell'«anti-petrolio». Un progetto di rilancio dell'alternativa metanolo, organica. Obiettivo per il Brasile mettere al centro la sua «benzina verde», per gli Stati Uniti contrastare la strategia del greggio alle stelle come strumento politico.
La rappresenta, in queste stesse ore, il venezuelano Hugo Chavez, che ha inaugurato un controperiplo dell'America latina, alla ricerca di nuove alleanze per una strategia «contro l'imperialismo Usa». Prima tappa, l'Argentina mentre Bush arrivava dal Brasile in Uruguay: un comizio «oceanico» in uno stadio di Buenos Aires, prima di incontrare il presidente argentino Nestor Kirchner. Chavez aveva definito Bush «il diavolo». Nell'occasione si è limitato a conferirgli la «medaglia d'oro per l'ipocrisia».
Dietro la polemica, un piano: accrescere il costo del petrolio per il mondo in genere ma in particolare per l'America e contemporaneamente praticare grossi sconti ai Paesi dell'America latina. Voluta o no, una sorta di imitazione della strategia russa per il gas naturale: prezzo di mercato contro «prezzi politici» per le Repubbliche ex sovietiche.
Un duello concreto, dunque, ma non isolabile dal contesto mondiale. Gli Usa raggiungono un compromesso, sia pure a effetto ritardato, con gli europei sui protocolli ecologici, e il conflitto con l'Iran entra in una fase di tregua nel momento in cui i più si aspettavano l'inizio di una guerra guerreggiata: Washington e Teheran si siedono allo stesso tavolo alla ricerca di soluzioni di comune interesse. Che non includono per ora i piani nucleari iraniani ma riguardano l'Irak: una conferenza dei vicini, in vario modo motivati a cercare di frenare la scivolata verso il caos del Paese liberato dalla dittatura di Saddam Hussein.
È un principio di attuazione della strategia politica preconizzata nel documento dei famosi «saggi» sull'Irak, della commissione di studio presieduta dall'ex segretario di Stato James Baker e fino a pochi giorni fa ignorata o respinta dall'amministrazione Bush. Un segnale di rivalutazione del fattore diplomatico: anche la Siria, un altro arcinemico, partecipa ai negoziati che si aprono oggi. Invitata non senza condizioni: che Damasco e Teheran facciano qualcosa per l'Irak, dice Bush. Quanto all'America si difenderà contro eventuali intrighi. Una formula inevitabilmente ambigua, che si iscrive però, nella scia, almeno psicologica, del compromesso raggiunto con la Corea del Nord. Può rivelarsi solo uno scambio di ballons d'essais prima di un giro di vite della tensione, ma è un fatto nuovo che viene in un momento particolarmente difficile: il Congresso democratico di Washington, dopo avere esitato a lungo, ha sferrato l'attacco a Bush, ricompattandosi, almeno in teoria, su una formula studiata da Nancy Pelosi, presidente della Camera: stabilire una data fissa per il ritiro dall'Irak delle truppe Usa: ottobre 2008. Bush ha risposto come ci si poteva attendere: preannunciando il proprio veto.