Bush: «Sono orgoglioso degli iracheni»

Grande soddisfazione alla Casa Bianca anche se il presidente degli Stati Uniti ammette che «ci sono stati dei disaccordi». Più cauto Blair: risultato storico, ma la guerriglia reagirà duramente

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

I politici iracheni da qualche parte sono arrivati e il loro mentore numero uno si congratula con loro e li incoraggia. In termini estremamente positivi, basati in parte sulla convinzione e in parte sulla necessità. George Bush ha salutato il compromesso che ha concluso i lavori dell’assemblea costituente di Bagdad come un gesto esemplare: «Gli iracheni hanno dimostrato una volta di più al mondo di essere all’altezza dei compiti che li aspettano. Il progetto di Costituzione che essi hanno prodotto contiene importanti garanzie di rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, inclusa la libertà di espressione e di culto religioso. La loro opera è una ispirazione per tutti coloro che credono nella democrazia, nella libertà e nel ruolo della legge». Egli non si è addentrato nei defatiganti dibattiti e nelle incertezze che il documento contiene riguardo a punti essenziali quali lo Statuto federale e il ruolo della legge islamica in un Paese uscito da decenni di una dittatura che per i metri dei Paesi arabi era relativamente laica. Si è limitato a riconoscere che «ci sono stati dei disaccordi», ma di questo fatto ha dato un giudizio positivo, riconoscendolo come «parte del normale processo democratico» e paragonando, con una certa audacia storica, l’attuale situazione irachena alla convenzione di Filadelfia del 1787 da cui nacquero gli Stati Uniti.
Bush ha preferito guardare avanti e soprattutto alle scadenze future, cui egli ha sempre tenuto molto: il referendum del 15 ottobre sulla ratifica della Costituzione e le elezioni entro quest’anno da cui dovrà uscire un governo «definitivo». È anche, almeno in senso politico, la definitiva sconfitta degli oppositori della «ricostruzione democratica» dell’Irak, «i terroristi che hanno deciso di combattere il futuro. Questi nemici della libertà condurranno altri attacchi, ancora più sanguinosi e codardi». Il presidente ha accennato perfino alle minacce che hanno ricevuto «i bambini che si avvicinano ai nostri soldati per ricevere delle caramelle».
Argomenti ripresi, più sobriamente, dal principale alleato di Bush dell’impresa irachena: il premier britannico Tony Blair. Anch’egli ha definito la nuova Costituzione «un risultato storico», anch’egli ha ammonito che «ora bisogna attendersi una reazione violenta da parte della guerriglia» ed ha riconosciuto, addentrandosi un po’ di più nel merito, che la Costituzione «è il frutto di un compromesso fra sciiti e curdi» e che i rappresentanti sunniti non lo hanno approvato, ma anzi hanno chiesto l’intervento dell’Onu e della Lega Araba. «Le divisioni etniche e religiose - ha concluso Blair - hanno reso molto difficile la stesura della Costituzione; ma il compromesso costituisce l’essenza della democrazia». Il premier ha omesso di esprimere una fiducia pari a quella del presidente Usa, secondo cui «l’avvento della democrazia in Irak rende l’America più sicura e pone le premesse per la diffusione della libertà in tutto il Medio Oriente». Un ottimismo da molti non condiviso ma politicamente necessario. Bush ha bisogno di annunciare qualche concreto successo in Irak, nel momento in cui l’opinione pubblica americana manifesta scetticismo e soprattutto stanchezza.