Bush tranquillizza gli americani sull’Irak e promette di difendere Israele dall’Iran

Il presidente: «La situazione è tesa, tuttavia non mancano successi e progressi». Monito agli ayatollah che minacciano lo Stato ebraico

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Terzo anniversario della guerra in Irak. George Bush rimane ottimista. Continua ad avere fiducia nell’andamento delle operazioni militari e soprattutto negli sviluppi politici del Paese. Più lenti di quanto avesse sperato all’inizio, ma reali. «La situazione - ha ammesso - resta tesa, ma i successi ci sono e i progressi sono reali». Come esempio ha citato la cittadina di Tal Afar, nei pressi di Ninive, riconquistata dalle forze Usa e alleate dopo un anno e mezzo di dominio dei guerriglieri e dei terroristi di Al Qaida. «Oggi i bambini giocano nelle strade e nelle piazze di Tal Afar, i mercati sono aperti, la vita è ricominciata. Gli abitanti hanno salutato con gratitudine i nostri militari. I bambini li hanno accolti con canti. Questa è la prova migliore del successo della nostra missione».
Bush, che parlava a Cleveland, ha ammesso che ci sono altri bambini meno fortunati, che la guerra ha fatto vittime (ieri altri 25 morti in azioni di kamikaze e attacchi), che «bambini muoiono negli attentati suicidi». Ha aggiunto che in una situazione così difficile «capisco come una parte degli americani senta vacillare la propria fiducia, anche perché i mass media concentrano la loro attenzione sulle cattive notizie e non su quelle buone. È in corso in America un acceso dibattito sull’andamento della guerra, sui suoi obiettivi, sulla deposizione di Saddam Hussein, ed è comprensibile. Andare in Irak è stata una decisione difficile, ma è stata la decisione giusta. Siamo in guerra con i terroristi, anche in Irak, con coloro che vogliono ricostituire un regime totalitario ostile all’America. Non gli cederemo il campo. Non abbiamo mai indietreggiato di fronte ai teppisti e agli assassini e non intendiamo cominciare ora».
È un bilancio, meno trionfalistico del solito nonostante il richiamo alla «vittoria inevitabile» e risponde alla evoluzione della opinione pubblica americana, sempre meno ottimista di fronte allo stillicidio di notizie allarmanti. L’ex primo ministro iracheno Allawi, il primo insediato dalle forze Usa, ha detto ieri di temere che il Paese sia sull’orlo della guerra civile. Bush lo nega e riafferma la propria fiducia. I sondaggi indicano il contrario. L’indice di approvazione di questo presidente è sceso per la prima volta al di sotto del 30%, al 65% è salito il numero di coloro che disapprovano la sua azione e il motivo principale continua a essere l’Irak, che prevale anche sulla buona situazione economica di cui in ritardo i cittadini americani cominciano a rendersi conto.
Ma la tensione di tre anni di guerra (quattro anni e mezzo ormai dall’attentato dell’11/9) si fa sentire, specie se combinata con l’apprensione per nuovi pericoli. In primo luogo la crisi con l’Iran e la prospettiva dell’accesso di Teheran a un arsenale nucleare, che metterebbe in pericolo direttamente Israele. «Se necessario - ha detto Bush - proteggeremo con la forza questo nostro alleato».