Bush visita Bagdad a sorpresa «Il futuro è nelle vostre mani»

Il Presidente Usa incontra il premier iracheno: «Manterremo la parola e staremo al vostro fianco». Maliki: «Sconfiggeremo il terrorismo»

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Il Consiglio di Guerra sull’Irak si è concluso come era cominciato: in teleconferenza. Washington chiama Bagdad. La differenza rispetto alla prima giornata e alle previsioni, era che George Bush non sedeva stavolta a un tavolo della Casa Bianca bensì dietro una scrivania a Bagdad. Aveva sotto mano l’ambasciatore americano Khalilzad e il premier iracheno Nouri Al Maliki e di fronte sullo schermo Dick Cheney, Condoleezza Rice e Donald Rumsfeld. Una sorpresa che ha decuplicato l’attenzione, inizialmente piuttosto scarsa in America, e ha sottolineato la volontà di Bush di rilanciare, nell’imminenza ormai delle elezioni per il Congresso, non soltanto il ruolo dell’America a Bagdad ma anche la propria immagine presso il pubblico. Si avverte il genio strategico di Karl Rove, ma l’occasione è venuta dall’uccisione di Abu Musab Al Zarqawi, che può essere o meno un evento decisivo, ma che certamente nel tempo breve è una manna per l’uomo della Casa Bianca.
L’occasione ufficiale della sua visita-lampo a Bagdad (cinque ore in tutto) è stata naturalmente un’altra: l’insediamento del nuovo governo iracheno, che per felice coincidenza è avvenuto poche ore prima della fine violenta dello spietato capo terrorista. Quasi sicuramente ha indotto gli strateghi del governo di Washington a cambiare un programma che inizialmente doveva comprendere una videoconferenza con il presidente da questa parte dell’Atlantico. Bush ha adottato il nuovo copione con molta fedeltà. «Sono venuto - ha detto al premier Maliki - per guardarvi negli occhi. Il futuro dell’Irak è nelle vostre mani. Ho un’ottima impressione del tuo governo, che include tutte le componenti principali della società irachena, religiose ed etniche. Sono colpito dalla tua forza di carattere, dalla tua voglia di successo e dalla validità delle tue strategie. Ma sono venuto anche per assicurarvi che l’America manterrà la parola data».
Il premier Maliki, da parte sua, ha ribadito l’impegno del governo iracheno nella lotta contro i ribelli. «Sconfiggeremo il terrorismo con l’aiuto degli Stati Uniti» ha assicurato.
Ai giornalisti Bush ha ripetuto, all’uscita a conclusione dei suoi incontri, che «abbiamo parlato soprattutto di strategie di sicurezza, ma anche della ricostruzione e della ripresa dell’economia irachena». E qui ha aggiunto un invito pressante ai Paesi confinanti perché si mostrino più generosi nel loro sostegno economico a Bagdad. Ma prima di lasciare Maliki e dopo il breve incontro con il presidente iracheno Talabani, Bush è ricomparso in pubblico quando ha fatto un «salto» per visitare i soldati americani. E con loro si è sentito finalmente di parlare anche dell’uccisione di Zarqawi, che ha definito «un leader brutale ed egoista» la cui eliminazione è «una grande vittoria per tutti noi e ci incoraggia a proseguire sulla strada intrapresa. Sono sicuro che vinceremo. Questo è importante per il futuro dell’Irak ma anche per gli Stati Uniti, perché questo Paese è al centro della nostra guerra contro il terrorismo».
In questa atmosfera di rinnovato entusiasmo e di impegno quasi religioso è passata inevitabilmente in secondo piano la questione dell’eventuale ritiro delle truppe americane in Irak, che era stato al centro del primo giorno di teleconferenza. Bush non ha aggiunto nulla se non un nuovo accento sulla cautela: «Prima di iniziare il rimpatrio dei nostri soldati voglio essere certo che il governo iracheno sia in grado di garantire la sicurezza propria e del Paese e di far fronte ai ribelli». Quando è ripartito per Washington, il presidente è apparso non soltanto più determinato che mai ma anche nuovamente fiducioso. Bush pare avere la sensazione, che cerca di trasmettere, che il vento stia girando in Irak e torni a soffiare alle sue spalle. E ha già cominciato a spendere questo suo atout: mentre il presidente era a Bagdad, Rove ha riaperto il fuoco sui democratici, accusandoli, come durante la campagna elettorale, di non avere abbastanza spina dorsale: «Se dipendesse da loro l’Irak sarebbe in mano ai terroristi e Zarqawi sarebbe ancora vivo».