Busi: "Fazio e Saviano? Noiosi e pavidi"

Lo scrittore torna in tv dopo mesi di "esilio". Sarà da Paragone: "Non mi importa se è di destra"

L’ultima parola ad Aldo Busi. Lo scrittore, dopo mesi di ostracismo, torna in tv. Lo farà domani ospite nella trasmissione di Gianluigi Paragone, in seconda serata su Raidue. Tema della puntata: la politica e la televisione. Ma lo scrittore è ben lungi da farsi incasellare in un canovaccio e chi lo invita sa che deve prepararsi a tutto: a peregrinare per qualsiasi argomento e ad ascoltare un uomo che non ha nessuna sudditanza verso niente e nessuno. Infatti Paragone, per averlo in studio, ha dovuto convincere il direttore di Raidue Massimo Liofredi e il direttore generale della Rai Mauro Masi.

Gli stessi che lo bandirono dalla Tv di Stato dopo che definì «omofobo» il Papa nell’ultima puntata dell’Isola dei famosi prima di abbandonare il reality. Era marzo: per contratto non potè partecipare a nessuna trasmissione per ben due mesi. Lo si rivide in una puntata di Otto e mezzo. E ora ha accettato di partecipare a un talk etichettato come espressione del centro destra, lui che tutto si può definire tranne che reazionario.

«Ma che vuole che mi importi del contesto - spiega lo scrittore -. Io faccio conto solo su me stesso, posso andare anche in un ritrovo di neo-nazi per portare la mia parola, preferirei mi lanciassero i loro cocci di bottiglia di birra che non scrosci di applausi. È il mio testo che conta, del contesto me ne faccio un baffo, se così non fosse sarei o sul trono pontificio o addirittura al posto di Masi. Essere richiamato in Rai, guardi, mi fa più piacere per lui che per me, e certo ne gioirà la signora Ventura, che s'è vista affossare un programma che stava andando a vele gonfissime per due sciocchezzuole da me dette condivise però da sette milioni di italiani, per volta. Non dimentichiamo che in italia i laici o agnostici o atei o anticlericali che dir si voglia non sono meno di dieci milioni, avremo pure il diritto di essere rappresentati».

Ma cosa le ha detto Paragone per convincerla?
«Lui e Borgonovo sono stati molto gentili e spiritosi e, se posso permettermi, con controcoglioni da vendere. Soprattutto l’autore Francesco Borgonovo, mio unico punto di riferimento: lavora a Libero che non toccherei neanche con un dito per tema di beccarmi un'influenza non stagionale, ma si è mostrato così ironico e intelligente che mi ha convinto».
Tratterà di qualche argomento particolare?
«Non ho in mente niente. Ci porto i 62 anni di Aldo Busi più i cinque minuti del momento. Tutti i temi mi stanno a cuore, tranne la questione dei fondi neri della Finmeccanica di cui non mi interesso per mancanza di competenza fianziario-mefistofelica e i rifiuti di Napoli, perché ho altre pattumiere qui al Nord a cui pensare, una caterva di bambini, per esempio, che a dodici anni spacciano cocaina nelle medie locali o un territorio come Montichiari dove impera una cementificazione selvaggia, come in tutti i comuni retti da giunte di destra o leghiste».
Le hanno messo qualche paletto come volevano fare all’«Isola» quando le avevano chiesto, senza che lei accettasse, di non parlare contro la religione?
«Figuriamoci. Non ci hanno neppure provato. Dal contratto per il reality feci togliere quella clausola e, infatti, poi si è visto come ho sconvolto il programma e l’Italia. E poi non è un parlare contro la religione, è un ricordare che la religione è il braccio subliminalmente armato della cattiva politica e che a forza di brandire fini superiori i fini umani, “inferiori”, se lo prendono sempre in quel posto».
Comunque, visto che Paragone vorrebbe parlare di tv, le è piaciuta la trasmissione del momento, «Vieni via con me»?
«L’altra sera ne ho visti dieci minuti e mi sono addormentato. Sembra una messa cantata in sordina. Fazio è come un chierichetto, monocorde, non ha senso dell’ironia, toglie continuamente la parola agli ospiti per non dire mai niente di congruo. Lui e la Littizzetto sono senza nerbo, sono la brutta copia dei stracchini spampanati della cosiddetta sinistra. Una trasmissione inequivocabilmente clericale, quindi di centro destra come tutte».
Però, stracchini o meno, hanno conquistato dieci milioni di spettatori.
«E io sono molto contento del loro successo, come provo grande ammirazione per Saviano e per il suo impegno civile, anche se non accetto la demagogia che un giornalista venga fatto passare per scrittore. Se lui è uno scrittore, io chi sono, Lorella Cuccarini con la barba di tre giorni, l'alopecia e l'anca sbilenca? E, comunque, è troppo facile fare successo con la tv del dolore oratoriale, della denuncia editata in redazione dove ognuno arriva e legge o ha imparato a memoria il suo bel testo perbenino. Invece mi è spiaciuto non assistere all’intervento di Piero Grasso, mi è stato riferito che si è trattato di un momento di alto spessore. Certo, il problema più drammatico oggi è il seguente: che su cento mele istituzionali, trenta sono marce. Polizia, carabinieri, giudici, onorevoli, notai, sindaci, assessori, imprenditori e giornalisti, che sono pur sempre figure paraistituzionali. Quanti anni e quanti martiri serviranno per snidarle e bonificare l'Italia? E su quanti procuratori come Grasso potremo contare?».
Ma lo show ha mostrato la forza della parola per cui lei ha sempre lottato.
«Però non è il modo giusto per diffonderla, la retorica dei buoni sentimenti esclude che questa parola sia di qualità. Il concetto di mafia va esteso ormai a non finire, si figuri che per me è mafioso già chi si fa fare una fattura falsa, è mafioso nel piccolo solo perché non è abbastanza bravo di fare il salto nel grosso, sta nel piccolo cabotaggio del malaffare in attesa di un malaffare più sostanzioso. Saviano, poi, non si mette mai in gioco, non sappiamo nulla della sua solitudine, della mancanza d’amore, della frustrazione sessuale, dei suoi soldi, di come li investe, per esempi, nulla delle sue piccole e meschine ma meravigliose mezze verità insiste in ognuno di noi e che io non ho fato che denunciare di me stesso per primo: uno scrittore rivela attraverso la propria umanità quella degli altri, non fa l’elenco delle magagne altrui senza partire dalle proprie. Altrimenti resta un giornalista, ma il coraggio di un giornalista è la metà della metà della metà del coraggio di uno scrittore, punto».
Forse è quello che lui si sente, uno scrittore.
«Mi scusi, ma allora perché non si sente Speedy Gonzales che farebbe anche prima? Il vero coraggio è buttarsi, dire quello che si pensa e si prova con il rischio anche di sbagliare, e ogni tanto cambiare prospettiva, vedere, per esempio, anche le ragioni, per quanto ripugnanti, dei propri nemici, altrimenti l'effetto puntina che si è inceppata su un disco rotto è in agguato. Io oggi il coraggio giornalistico lo riscontro in certi servizi di Report o di Annozero. Non sopporto invece trasmissioni come Ballarò, dove mostrano statistiche e dati talmente complicati che neppure uno dotato di una cultura media come me riesce a capire. Annozero lo guardo poco: non sopporto Travaglio, anche se lo stimo, perché non ha controtempo comico, si ride addosso e non improvvisa, sa solo leggere. Vauro, poi, è di una tale banalità che alla seconda vignetta mi viene la mastite alle ginocchia».
Ma lei sarebbe andato a «Vieni via con me»?
«Il fatto che non mi abbiano invitato mostra che non hanno coraggio delle azioni loro solo tanto per dire, sono come il convitato di pietra ma in carta e inchiostro: hanno fatto una trasmissione su di me in assenza, senza chiamarmi e saccheggiandomi senza neppure dire, grazie Maestro, Le dobbiamo tutto e anche di più, ma sa, non si può dire, tanto Lei ha l'eternità davanti a sè, noi un dimenticatoio incorporato».