Business del gas, terremoto a sinistra

Il dicastero di Bersani sostiene il progetto di allestire un deposito sotterraneo, ma la zona è a forte rischio sismico

nostro inviato a Modena
Il primo ad accorgersene, lo scorso settembre, è stato un contadino di Rivara, frazione di Finale Emilia, quando trovò nei suoi campi un tecnico che gli disse: «Stiamo studiando come costruire il più grande deposito di gas d’Europa». Un bacino profondo 2.500 metri in «ambiente acquifero», cioè una falda dove immettere metano ad altissima pressione.
È stata scoperta per caso questa storia che mescola speculazioni e scorribande ambientali, ignoranza e ambizione, e che porta altra gente in piazza: ma qui, nel cuore dell’Emilia rossa, non si tratta di treni veloci o di rifiuti, cioè di opere di utilità pubblica, ma di interessi privati incoraggiati da istituzioni come l’Istituto di vulcanologia, la Regione e il ministero delle Attività produttive. Retto da un emiliano potente, Pierluigi Bersani.
Il progetto. L’idea è semplice: trovare depositi naturali per il gas, per affrontare le emergenze e consentire grandi investimenti da parte delle multinazionali dell’energia, possibilità introdotta dal decreto Letta del 2000. In generale si tratta di giacimenti naturali esauriti, profondi non più di 900 metri. Quello di Rivara è invece un bacino acquifero a una profondità tre volte superiore, che si estende per 110 km quadrati e può contenere 3,7 miliardi di metri cubi di gas, il 20% dell’attuale capacità italiana. Il tutto in un’area sismica (un mese fa l’ultima scossa) e con rocce porose. Un progetto sperimentale e previsto non in un deserto, ma in una zona ricca e densamente abitata.
I rischi. Già nel 2004, come ha rivelato alla stampa il sindaco di Finale Emilia Raimondo Soragni (Margherita), l’ufficio minerario per l’Italia settentrionale seppellì l’ipotesi: «Scarsa tenuta delle rocce», «idoneità non provata», «accumuli non omogenei». Il pericolo è che l’acqua, calda e salata, sottoposta alla pressione di 280 atmosfere (quella di uno pneumatico non supera le 2,5) per fare posto al gas possa risalire fino alla superficie con conseguenze incalcolabili. La stessa società che vuole il deposito, la Igm (Independent gas management), non nasconde il pericolo di terremoti: «La sismicità può essere indotta sia da processi di immissione che di estrazione di fluidi nel sottosuolo», ha scritto al ministero di Bersani. Nel 2005, tuttavia, le Attività produttive (governo Berlusconi) avviarono le pratiche per la valutazione di impatto ambientale.
Il business. Gli uomini della Igm hanno fiutato l’affare. Tra i soci figura il geologo Roberto Bencini, consulente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) diretto da Enzo Boschi. L’Ingv ha sposato subito la causa dell’Igm, sognando un esperimento senza precedenti. Ma gli scopi dell’Igm non sono scientifici. La società non ha mai fatturato un euro, né posseduto o realizzato stoccaggi di gas; non ha svolto attività mineraria, ma solo consulenze e un grande lavoro di lobby. La capogruppo inglese, la Independent Resources Plc, quotata alla Borsa di Londra, fu costituita con un capitale versato di appena 2 sterline, miracolosamente moltiplicatesi dopo una complicata serie di operazioni finanziarie condotte assieme a fondi comuni e banche d’affari come Nomines Limited e Goldman Sachs: a fine 2005 le azioni della società valevano circa 10 milioni di euro. Tutto fondato sull’idea della «Gas bank», che ha entusiasmato gli investitori d’Oltremanica. Dietro il deposito modenese, insomma, c’è una colossale speculazione.
Le coperture. Un’operazione simile ha bisogno di grandi capitali, ma anche di appoggi nei palazzi del potere. Prima di tutto all’Istituto di vulcanologia, autore di rassicuranti analisi ampiamente citate nello studio di impatto ambientale presentato dalla Igm al ministero: l’Ingv, di cui Bencini è consulente, ha approvato un progetto di cui Bencini è la mente. Appoggi anche dai partiti della sinistra che monopolizzano le amministrazioni locali. Lo scorso autunno il comune di S. Felice sul Panaro presentò con le fanfare il progetto Igm, salvo una precipitosa retromarcia quando nacquero i comitati di protesta. Oggi i sindaci della zona e la Provincia di Modena, spalleggiati da una commissione di 11 esperti, sono contrari al deposito di gas. Ma hanno di fronte un muro di gomma. Hera, la multiutility di mezza Emilia, ha sottoscritto un protocollo di intenti con Igm. La Regione fa finta di niente: numerose interrogazioni sono rimaste lettera morta, mentre l’assessore Duccio Campagnoli, fedelissimo di Bersani, dice che la Regione si può occupare soltanto delle emissioni in atmosfera. E pochi giorni fa, rispondendo a un’interrogazione presentata a Bersani da due parlamentari di Rifondazione, il sottosegretario alle Attività produttive Marco Stradiotto ha difeso alla grande la «banca del gas».