Il business italiano della fine del mondo

Rifugi a prova di qualunque cataclisma, corsi di sopravvivenza, vacanze a tema. Il passaparola sulla catastrofe prevista dai Maya sta alimentando paure irrazionali, ma anche affari. E c’è perfino chi si è fatto costruire un villaggio a misura di sopravvissuto

Preoccupati per la fine del mondo nel 2012? Un parere spassionato, a mo' di premessa, potrebbe essere che una «toccatina» là sotto, volgarotto ma scaramantico privilegio del sesso forte - l'altra metà del cielo sarà costretta a ripiegare su ferro, corni rossi o gobbetti in miniatura - rappresenti in fondo ancora la soluzione migliore. E soprattutto (...)
(...) la più economica. Questo perché con l'avvicinarsi del 21 dicembre 2012, giorno vaticinato da quei porta sfiga degli antichi Maya come la data dello sconquasso di questo nostro già acciaccato globo - e se non proprio di quella, almeno del termine dell'attuale età dell'oro - pare proprio che parecchi inquilini della Terra stiano dando un po' fuori di matto.
Nel senso che stanno spendendo cifre oscillanti tra la manciata di euro sufficienti a mettersi sul comodino un saggio informativo sulle terrificanti conseguenze di una simile catastrofe - ideale livre de chevet, da leggere per prendere sonno! - e le diverse migliaia necessarie per un bunker con uso d'aria (forzata), luce e acqua. O ancora: tra i pochi spiccioli buttati in una maglietta con su scritto (chissà mai perché?) «2012 Voglio crederci» e i 200 euro per un corso di sopravvivenza di quattro giorni sui monti Sibillini, con notti in giacigli di emergenza fatti di foglie e frasche, l'imperdibile uso delle pietre focaie e, promette l'organizzatore Giuseppe Fasulo - troppo buono - «sveglia ogni mattina alle 6.30». E c'è chi paga, per questo?
Certo che c'è. Perché una legge economica, antichissima e mai smentita - è dei nostri nonni, mica di quei fallibili sapientoni di Harvard - sancisce che se esiste qualcuno disposto a comprare ci sarà sicuramente un altro già pronto a vendere. Era insomma prevedibile che un'altra fetta di terrestri avrebbe sfruttato e fatto rendere questa irrazionale paura. Trasformandola in business. Così, per esempio, si viene a sapere che i bunker della Matex Security Projects di Pontedera (Pisa) costano tra i 1.500 e di 2mila euro al metro quadrato soltanto per scavi e lavori in muratura, ai quali vanno aggiunti altri 50mila per gli impianti e almeno 10mila per le derrate alimentari necessarie a sopravvivere alcuni mesi.
Si tratta di un mercato globale, che proprio come la paura e la superstizione non conosce né confini geografici né tantomeno valutari. È insomma qualcosa che si può pagare in euro o in dollari, in sterline o in franchi svizzeri, in yuan cinesi così come in pesos messicani. E guarda caso è proprio in una zona rurale e remota del Messico, nella penisola dello Yucatan, che un gruppo di anonimi italiani, protettisi per ora dall'altrui curiosità in attesa di poterlo fare anche dalle presunte iatture del 21 dicembre 2012, ha costruito una cittadina in grado di resistere a quel che almeno loro si attendono per quella data. A quanto riporta la stampa messicana, il borgo anti catastrofe si chiama Las Aquilas (di facile traduzione), si stende su 800 ettari ed è totalmente autosufficiente, con botteghe, generatori, un grande orto e una laguna artificiale. All'origine del progetto ci sarebbe il sogno fatto dalla leader del gruppo, una psicologa attualmente in ritiro spirituale a Veracruz. «Una luce mi ha detto - così è riportato il suo racconto, e viene quantomeno da sorridere - di andare in Messico e costruire un rifugio vicino a un piccolo paese dello Yucatan chiamato Xul, sui monti, in una foresta, in un punto preciso vicino a un antico insediamento maya, Kiuic». Detto e fatto. Pare che le abitazioni disegnate dalla messicana Karina Perez, 16 edifici con i muri spessi 60 centimetri, siano state giudicate bellissime da chi le ha viste. E tali da ritenere che le persone che le hanno commissionate siano molto ricche. Quindi, per carità, non facciamolo sapere all'architetto Fuksas.