BUSINESS Spesso dietro tanti Sos, si nasconde la caccia ai finanziamenti

Presto che è tardi! Sull’Arca di Noè che stanno costruendo i falegnami della International Union for Conservation of Nature (Iucn) i posti vanno a ruba come su un Frecciarossa Milano-Napoli alla vigilia di Natale.
L’«autorevole» Iucn - che sta all’analisi dell’estinzione degli animali, come la Bce a quella del nostri conti pubblici - ha decretato quanto segue: «Tra 15 anni non ci saranno più tigri e leoni». Un allarme che la stampa internazionale ha sintetizzato sotto il roboante titolo «L’ultimo ruggito!». Come dire: godiamoci, finché è possibile, l’eco degli ultimi roarrrrr, perché dal 2026 in poi non la potremo più ascoltare dal vivo ma solo in versione registrata.
Le cifre parlano (anzi, ruggiscono) chiaro: tigri (-41% rispetto al 1997), leoni (-30% negli ultimi 20 anni). Numeri preoccupanti, non c’è che dire. Sempre però che siano veri. E invece qualche dubbio nasce spontaneo, per il semplice fatto che - esattamente nel 2001 - il medesimo Sos era stato lanciato anche da Wwf, Greenpeace World Conservation Union (Wcu) e varie altre organizzazioni «autorevoli» almeno quanto l’Iucn.
Peccato per un piccolo particolare. Da allora di anni ne sono trascorsi 21 e - grazie a Dio - leoni e tigri sono ancora lì in tutto il loro splendore. E, grazie ad attività mirate di ripopolamento e severe leggi anti-bracconaggio, in alcune aree sono addirittura leggermente aumentati. Con questo non vogliamo negare che ai danni dei grandi felini (nell’elenco vanno aggiunti giaguari e leopardi, ma anche altre specie come gorilla, elefanti, rinoceronti, orsi ecc.) sia in atto da tempo una brutale campagna di decimazione, ma da qui a dire che a breve ci ritroveremo orfani di una compagnia bestiale così meravigliosa, ce ne passa.
Ma tant’è. Il catastrofismo ambientale esige ciclicamente le sue vittime; e gli animali, anche in caso di notizie esagerate sul loro conto, non possono certo ribellarsi. Né mandare lettere di smentite ai giornali. Che infatti - a cadenze più o meno fisse - si riempiono di «emergenza estinzione»: «A questo ritmo (quale? ndr) rischiamo di veder estinguere i grandi felini nel giro di 10-15 anni», afferma il naturalista e documentarista Dereck Joubert a Usa Today.
Precisiamo: il calo (anche consistente) degli esemplari di molte specie è un dato indiscutibile e sotto l’occhio di tutti, ma parlare di «estinzione» è solo un modo furbo per racimolare un po’ di danaro. E infatti non sono poche le riviste (alcune delle quali anche prestigiose come il National Geographic) che - dopo gli ultimi annunci «terrorizzanti» - hanno avviato raccolte fondi e campagne di donazioni porta a porta.
Che fine farà questo danaro? Mah. Situazioni drammatiche ci sono, eccome. In Sud Africa, ad esempio, ogni giorno almeno un rinoceronte viene ammazzato e mutilato. Dalla vendita delle sue varie parti del corpo, un cacciatore di frodo può ricavare fino a 25 mila dollari, la metà di quanto un bracconiere incassa in caso di abbattimento di una tigre. Un business enorme. Non a caso l’Interpol ha stimato che, dopo il traffico di droga e di armi, quello degli animali è il terzo più redditizio del mondo illegale. Parti «taumaturgiche» di animali che dovrebbero trovare tutela e che invece vengono vendute a peso d’oro alla borsa nera dei farmaci (si fa per dire) e della magia. Un mix di ignoranza e superstizione che arricchisce poche persone, macchiando di sangue la sabbia della savana o il verde della foresta.
«Tutte le specie all’apice della catena alimentare sono in diminuzione», decreta Science. Sottolineiamo: «diminuzione». Parola che, fortunatamente, non è sinonimo di estinzione.