La busta paga dei banchieri: Profumo perde la metà ma Passera guadagna il 18%

La “sindrome dello scatolone“ sta tornando a spaventare Wall Street. Nessuno ha dimenticato la triste processione nel cuore di Manhattan dei dipendenti licenziati di Lehman Brothers, icona di una crisi che si riteneva ormai archiviata e che, invece, rischia di infliggere ancora un colpo di coda all’industria Usa dei titoli azionari. È un altro riflesso deformato di questa ripresa «anormalmente lenta» (fresca definizione targata Fed), reso ancora più doloroso se confrontato con la limpida immagine della recovery in Germania, dove la disoccupazione sta precipitando ai minimi dalla riunificazione tra Ovest ed Est, dunque sotto il 7,6% del luglio scorso.
In America il tasso dei senza-lavoro, al 9,5%, è un rebus irrisolvibile per Obama; i sussidi di disoccupazione sono alle stelle, mese dopo mese si infoltisce la schiera dei disoccupati cronici (un fenomeno prima pressochè sconosciuto) e l’industria continua a bruciare posti di lavoro. Adesso è in pre-allarme anche il mondo della finanza, i cui organici sono già stati falcidiati dalla recessione. La debolezza dell’economia, la volatilità dei mercati, le nuove norme e le modalità di pagamento di trader e banchieri d’investimento rischiano di innescare una nuova ondata di licenziamenti. Alla fine di giugno, l’industria dei titoli azionari contava su 799.800 unità, l’1,2% in più rispetto a marzo ma il 6,7% in meno rispetto al 2007, da quando sono stati bruciati 57.500 posti di lavoro. Nella sola New York gli occupati nel settore, sempre a fine giugno, erano 159.200, in crescita rispetto a febbraio ma in calo del 17% rispetto ai 190.700 dell’agosto 2008. Wall Street può evitare la scure dei tagli solo se torna a lievitare il business. Ma le cifre degli ultimi otto mesi non promettono nulla di buono: oltre 30 miliardi di dollari di riscatti sui fondi comuni sono il paradigma di una fuga vera e propria che rompe una tradizione consolidata in base alla quale, quando l’economia ripartiva, il piccolo risparmiatore tornava subito tra le braccia dei broker. Ora si assiste a un esodo verso i Treasuries, nonostante i rendimenti ormai risicatissimi, spesso forzato dai debiti, oppure da un posto di lavoro che non c’è più.
Le cure adottate per risanare la piaga della disoccupazione non hanno finora prodotto risultati. Agli Stati Uniti manca lo straordinario volano delle esportazioni che sta facendo correre la Germania (+3% la crescita attesa per il 2010), riportando il livello dei senza-lavoro su livelli più sostenibili. Secondo le ultime stime della Camera dell’industria e del commercio tedesca (Dihk), i disoccupati saranno quest’anno circa 3,2 milioni, 250mila in meno rispetto al 2009 (ai minimi dal 1992) e 1,6 milioni in meno rispetto a cinque anni fa. Motore della ripresa sono le piccole e medie imprese ma anche le case automobilistiche, in particolare quelle del segmento “premium“ come Mercedes, Bmw e Audi. Pur di tenere il passo con la domanda, tutti e tre i gruppi hanno rinunciato alla pausa estiva per la manutenzione; Audi ha inoltre utilizzato centinaia di lavoratori temporanei e istituito un turno in più al sabato, adottato anche da Mercedes. La Dihk mette però in guardia i sindacati: se presenteranno richieste di aumenti salariali troppo elevate, verranno messi a rischio i vantaggi ottenuti sul piano della competitività.