«BUTTA LA LUNA», UNA FICTION MODESTA

Come spesso succede dalle nostre parti, più una fiction è brutta e più se ne discute buttandola «sul sociale», interrogandosi in merito alle responsabilità del racconto sul fronte della cattiva pedagogia anziché domandarsi una volta per tutte perché mai, in Italia, sia così difficile impararare a scrivere delle fiction decenti, che affrontino qualsiasi problema garantendo una sana complessità di approccio e un minimo di spessore narrativo e psicologico. Così sta accadendo anche per Butta la luna (martedì su Raiuno, ore 21), che racconta la storia di una donna nigeriana (interpretata dall'ex atleta Fiona May) che ha una figlia da un uomo italiano e poi cerca, una volta abbandonata, di integrarsi nella vita del nostro paese passando attraverso prevedibili peripezie e pregiudizi, prima del lieto fine di routine. La fiction, programmata per otto puntate, è stata attaccata da destra perché giudicata «eccessivamente corretta», buonista, colpevole di ignorare i pesanti e concreti problemi legati all'immigrazione, mentre è stata difesa a sinistra in quanto «aiuta l'integrazione» e consente di portare all’attenzione degli italiani le difficili condizioni di vita degli immigrati. Prima di dividere gli osservatori in due schieramenti tanto opposti, quest'ultima produzione targata Raiuno avrebbe potuto subito unirli in un giudizio di fondo che dovrebbe venire prima di ogni interpretazione: Butta la luna è innanzitutto una brutta fiction, modesta nell'impianto narrativo e imbarazzante nei dialoghi, infarciti di frasi che prounciate nella realtà di tutti i giorni provocherebbero evidente disagio tra gli astanti (c'è una poliziotta che dice ad esempio: «Sotto questa divisa c'è una donna come voi», si sentono frasi da carta di cioccolatino tipo: «la vita non è mai facile ma può essere bellissima», e il ragazzo che corteggia la figlia di Fiona non trova di meglio da dirle, per fare colpo, che lei «è diversa dalle altre»). Il resto viene di conseguenza: l'incapacità dei nostri sceneggiatori di scolpire ruoli e caratteri con padronanza di scrittura (come avviene abitualmente nelle fiction americane) crea un vuoto ideativo che deve spesso essere riempito con l'intento pedagogico (riuscito o meno che sia, e in questo caso è di grana grossa), con le «buone intenzioni», con la rappresentazione di una realtà generalmente edulcorata o comunque priva di quelle sfumature che trasformerebbero la visione in un esercizio formativo indotto spontaneamente nello spettatore, anziché telecomandato con tanta ingenua approssimazione. Detto questo, perdersi in troppe polemiche per una fiction modesta non sembra valere la pena. Oltretutto appare talmente datata che, in una scena, vengono mostrate ancora le lire anziché gli euro.