BUZZATI Documentario «a fumetti»

Molti hanno visto in Dino Buzzati un certo qual tono freddo e aristocratico, più nobile che altoborghese. Taluni si sono spinti fino a sottolineare il suo presunto cinico distacco dalle cose e dagli uomini. Invece no. Il linguaggio del corpo nega queste interpretazioni superficiali. Ma al linguaggio del corpo servono le immagini, non bastano le parole. Eccole qui, allora. Una manciata di minuti dei 38 e mezzo complessivi che compongono questa Piccola introduzione a Dino Buzzati di Nino Bizzarri (documentario che verrà presentato oggi alle ore 20,20 all’Auditorium di Milano nel corso del Milano Doc Festival) aiuta a capirlo.
Le mani sui fianchi, una grattatina in testa, la sigaretta assaporata tenendola verso l’interno della mano, gli ampi gesti delle braccia, il sorriso malizioso, quando la bella intervistatrice gli chiede che cosa sia per lui l’amore. No, Buzzati non era un soldatino di piombo. Era un uomo passionale. A modo suo, con discrezione. Certo, «un perfetto gentiluomo», «un solitario piacevolissimo, abbastanza d’accordo con se stesso e con la vita», come scrisse Eugenio Montale. Ma anche uno che s’arrabbiava un po’ quando gli si parlava di «scrittori impegnati»: «Non vedo perché uno scrittore debba essere impegnato politicamente. No. Moralmente sì, politicamente no».
Un documentario è fatto di immagini. E le immagini possono dire molto di chi, come Buzzati, tace parlando con la scrittura. «La qualità migliore del giornalismo coincide con la qualità migliore della letteratura», afferma deciso con voce pacata nel salotto in bianco e nero di una vecchia intervista targata Rai.
E torna a rivivere la sua carriera di scrittore. Barnabo delle montagne? «Allora non era come oggi. Allora vendere mille copie era un successo». Il deserto dei Tartari? «Venne accolto molto bene». E proprio lì, al film di Valerio Zurlini del ’76, uscito quattro anni dopo la morte di Buzzati, va a parare Bizzarri, «leggendolo» in parallelo alle parole di Dino. La sequenza dell’arrivo del sottotenente Drogo alla fortezza Bastiani ci porta le riflessioni del suo creatore: «L’uomo è un’esagerazione della natura» e «per sua natura è condannato a essere infelice» (poi si gratta la testa dicendo che sì, forse la vita di qualcosa di simile all’uomo, su altri pianeti, potrebbe essere più lieta della nostra...).
Nell’immensa pianura che fronteggia l’avamposto nel deserto, ecco che avanza un cavallo bianco, un cavallo «straniero», forse l’annuncio dell’arrivo dei nemici tanto attesi. E Dino passeggia tranquillo in una Milano piena di gente, di semafori rossi e di «1100» che oggi ci paiono così belle... È lui il cavallo bianco? Ecco alcuni quadri del Poema a fumetti e la domanda sull’amore. «Simpatia, trasporto, affinità di gusti, certo, ci sono, sono molto diffusi. Ma l’amore vero è un’altra cosa. Anche fra i miei amici, sono certo che molti non si sono mai innamorati... Parlo dell’Amore con la A maiuscola, quello della letteratura dell’Ottocento... Se parli, mangi, bevi, dormi normalmente, allora vuol dire che non puoi essere innamorato. Essere innamorati è come avere un bubbone in faccia. Impossibile non vederlo». Ed ecco, a proposito di donne, la bellissima modella Runa Pfeiffer. Ed ecco la dolce Almerina, che fu moglie e musa dello scrittore.
E la malattia, e la morte, che troviamo sempre acquattate da qualche parte nell’opera di Buzzati, pronte a colpire, dove sono? Le abbiamo viste prima, in apertura, dopo alcune fotografie che fissano momenti sereni al mare o a tavola con i colleghi. Al settembre del ’71 data l’ultima vacanza a Cortina, nel ventre materno delle Dolomiti. Voce fuori campo: «Chiede all’amico Rolly Marchi di fotografarlo di schiena». Ecco la celebre foto di lui con il bastone, con passo incerto. E il disegno fatto sulla pagina di un’agenda che lo replica... Ancora la voce fuori campo: «Chiede uno specchio». Perché «voglio vedere che colore ha la morte». Un duro? Un eroico soldato che mostra il petto al nemico assente?
«Varca con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata, e sorridi anche, se ci riesci. Dopo tutto la coscienza non è troppo pesante e Dio saprà perdonare». È Il deserto dei Tartari. È la vita di Buzzati.