Bye bye "Repubblica". Scalfari, Mauro & C, chi li conosce li evita

Lo sfogo della Palombelli contro il suo ex quotidiano è soltanto
l’ultimo esempio. Ecco perché chi va via non li rimpiange, anzi...

Fuoco amico? Chiamalo amico. Al confronto, gli anatemi più accalorati del premier contro la Repubblica sbiadiscono al rango di scherzoni. Non c’è come ascoltare le firme storiche del giornale, ora passate altrove, per capire la differenza. Se Berlusconi si limita a sporadici contropiede, per interrompere gli attacchi incessanti dell'avversario, le firme dimissionarie impostano tutto sul duello fisico. Puntano l’uomo, non hanno paura dell’uno contro uno. Se c’è bisogno, entrano decise da dietro. E lasciano i segni sulle caviglie.
Anche in questa strana partita, qualche volta bisogna ricorrere alla prova televisiva. È grazie al replay che ora tutti sono in grado di valutare la durezza di Barbara Palombelli nel fuorionda di Mattino5. Riservando alle riprese dirette il celebrato garbo da santa donna dei salotti buoni, la sora Barbara non esita a liberare il Materazzi che evidentemente alberga sotto i suoi pizzi e fa danni atomici. Riassumendo, nell’ordine. L’editore Caracciolo: «Defunto, poverino, ma ha seminato figli, casini, cose e ha strangolato Ciarrapico». Il fondatore Scalfari: «Sulla sua vita mi astengo, ma un giorno parlerò...». L'attuale direttore Mauro: «Anche lui...». Nonostante tutto questo, dice lei, il trio non ha comunque esitato a impaginare l’attuale «Giornale dei moralisti». Si chiede risentita l’ex coccola del glorioso tabloid: «Ma moralismo di che? Il pulpito è un pulpito dove editore, fondatore e direttore diciamo puntini puntini».
I puntini di sospensione lasciano la porta aperta a qualsiasi sviluppo. C’è tutto un pregresso di incomprensioni e risentimenti ad alimentare il rapporto. Cose loro. Ma anche se istintivamente non viene alcuna voglia di beatificare la Palombelli nel ruolo di martire e santa, perché la sua carriera è tutto fuorché un martirio, resta la sostanza di questa nuova pagina italiana. A ventilatori accesi, vola roba ovunque. Inevitabile che qualcosa torni anche indietro, verso chi i ventilatori manovra da molto tempo, senza risparmio d’energia. Il moralismo dei moralizzatori svergognato in famiglia. A raccontare i padri della Repubblica in questo modo non sono Bondi e Bonaiuti, ma una testimone diretta e autorevole, forse persino attendibile, di casa Scalfari. Ci siamo allevati una serpe in seno, diranno adesso in casa. La gratitudine non è di questo mondo, aggiungeranno amaramente. Ma quel che racconta oggi Barbara, nei toni mai così barbara, non può passare via come chiacchiera da pettinatrice. Tra l’altro, è solo l’inizio: Barbie è tanto buona e cara, ma secondo qualcuno è capace di reagire come una belva se le toccano gli affetti più cari. E la Repubblica, con i ventilatori a tutta per l'Anemone-connection, i suoi affetti li sta toccando alla grande: si parla del fratello commercialista, Paolo Palombelli, come tramite fra i faccendieri del bitume e Francesco Rutelli, notoriamente marito di Palombella rosa, quando questi aveva ancora incarichi interessanti.
Ma allora c’è sotto il risentimento personale, verrà da obiettare. Siamo alle vendette meschine, ai conti da regolare. Bisogna distinguere. Una cosa è la motivazione, altra cosa sono le vicende raccontate: se sono vere restano vere. Se la Palombelli sostiene che siamo in presenza di moralisti senza morale, l’affermazione resta di per sé pesantissima. Ovviamente se ne assume la responsabilità, e prestissimo capiremo come. L’unica cosa che andrebbe implorata di evitarci è il patetico salvataggio in corner, del tipo «sono caduta in una trappola». Da questo punto di vista, s’è già dato.
Certo che un’ipotetica campagna di rilancio de la Repubblica non potrebbe avere come testimonial le sue firme del passato. Non tutte, almeno. Ad ascoltare alcune di loro, l’unico spot possibile sarebbe «Chi li conosce, li evita». Scartiamo pure la Palombelli per eventuale conflitto d’interessi, perché accecata dai motivi personali: ma vogliamo parlare di Giampaolo Pansa, il migliore di noi? In casa Scalfari-De Benedetti ha vissuto una vita intera. Dal ’77 al ’91 Repubblica, poi fino al 2008 L’Espresso. Anche lui, in un certo modo, vittima del moralismo: di una certa deviazione del moralismo. Diciamo del moralismo bacchettone sulla Resistenza. Cercando la verità, come ha fatto sempre in una grandiosa carriera, ad un certo punto s’è azzardato a proporre una visione più realistica e più giusta della guerra di liberazione. Senza sconfessare nulla: soltanto parlando di tutto, anche delle degenerazioni e delle follie. A quel punto, è terminata la sua gloriosa parabola di icona del gruppo «Espresso-Repubblica». Intuendo d’essere più sopportato che amato, ha levato il disturbo. Ne è uscito con la patente del traditore. «Mi sono accorto che con i miei articoli di politica imbarazzavo Ezio Mauro. L’ho tolto dall’imbarazzo non scrivendo più». In questi mesi di esilio volontario, non ha mai mancato neppure lui di ricordare. «Dopo l’uscita del mio libro Il sangue dei vinti, Giorgio Bocca mi attaccava su L'Espresso nominandomi o non nominandomi, comunque scaraventandomi addosso di tutto».
Nessuno ha conosciuto meglio l’ambiente e gli uomini, per questo i giudizi di Pansa valgono qualcosa più della semplice ripicca. Su tutti, a perenne memoria, il ritratto del padrone di casa, che pure Michele Serra, un giorno, gli rinfacciò: «Scalfari? Arrogante, velenoso, portajella, meschino, grossolano, legnoso, superbo, cattivo maestro». No, non c’è davvero bisogno di sfrucugliare Bondi e Bonaiuti per raccogliere certe carinerie. Non arriverebbero mai all’altezza delle testimonianze dirette.