C’è ancora qualcuno sul fronte occidentale

Se fosse ancora vivo, il prossimo 22 giugno Erich Maria Remarque compirebbe 110 anni. A dirla così, l’ipotesi ci sembra assurda e oziosa: e però il pensiero mi è andato subito al grande scrittore tedesco, leggendo l’intervista di Roberto Fabbri al superstite inglese della prima guerra mondiale. Un centododicenne - ecco una parola che non avrei mai creduto di usare - ancora comprensibilmente commosso per i massacri cui ha assistito e partecipato.
«Per ottant’anni ho solo voluto dimenticarla, la guerra», dice l’ultracentenario Henry Allingham, ma poi ha accettato di parlare «per quelli che non possono più farlo perché sono morti. Loro hanno dato tutto e glielo devo. Siamo tutti in debito con loro». Il sacrosanto debito del ricordo, che si fa carne e dolore attraverso le parole di un superstite. Forse, il vecchissimo Henry non pensava (e perché avrebbe dovuto), che siamo in debito anche con chi combatté sul fronte opposto e ci ha lasciato, con Niente di nuovo sul fronte occidentale, la testimonianza umana e letteraria più drammatica e vera sui ragazzi che combatterono e morirono in quel conflitto. Che fu anche più drammatico - per chi lo visse - della seconda guerra mondiale, perché mai nella storia interi popoli avevano fatto e subito una simile strage. Otto milioni di morti, per lo più giovani che cadevano in prima linea, in avanzate suicide per guadagnare poche decine di metri; oppure si logoravano in trincea, aspettando la morte nel fango, fra i pidocchi e la pazzia, spesso senza cibo e con cure mediche insufficienti. In ogni Paese i giovani si arruolarono volontari a centinaia di migliaia, sull’onda della suggestione patriottica, per poi accorgersi che la guerra non era come se la aspettavano, bella e eroica, che in guerra si moriva e si moriva in tantissimi. E che, se si era fortunati, si tornava a casa mutilati, nel corpo o nello spirito. Remarque, che condivise quel destino, fu colpito da forti crisi depressive, con conseguenze che si ripercossero sul suo carattere fino alla morte. Furono proprio le ferite interiori che lo spinsero a scrivere il romanzo che l’anno prossimo compirà ottanta anni ed è ancora vivo e vitale come i ragazzini, come i capolavori.
Sono sicuro che Henry Allingham, ancora oggi si commuoverebbe, rileggendone il finale: «Mi alzo: sono contento. Vengano i mesi e gli anni, non mi prenderanno più nulla. Sono tanto solo, tanto privo di speranza che posso guardare dinanzi a me senza timore. La vita, che mi ha portato attraverso questi anni, è ancora nelle mie mani e nei miei occhi. Se io abbia saputo dominarla, non so. Ma finché dura, essa si cercherà la sua strada, vi consenta o non vi consenta quell’essere, che nel mio interno dice “io”. Egli cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Era caduto con la testa avanti e giaceva sulla terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così». E credo che a Remarque tornerebbero le lacrime agli occhi, se potesse abbracciare il nemico di allora.
Giordano Bruno Guerri
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