Ma c’è chi abortisce «per arte»

In Italia cominciò Piero Manzoni nel 1961: la fece, e l’inscatolò. «Merda d’artista», titolò poi la sua opera, la cui fama fece il giro del mondo. Quindici anni più tardi, a Radio Anch’io, e quindi sulla Rai, Cesare Zavattini disse «cazzo» in diretta. Ho rotto un tabù, spiegò. In effetti il termine era ormai da un pezzo diventato di uso comune, e perfino di abuso comune (lo si evoca anche quando non c’entra niente: oggi non ho mangiato un c., non ho capito un c. e a che c. di ora abbiamo l’appuntamento?) quindi forse è vero che il grande Zà aveva alzato il velo su un’enorme ipocrisia di massa (però a me fa ancora un certo effetto anche il solo riportarla sul giornale per dovere di cronaca, quella parola che pure ogni tanto pronuncio: continuo a pensare che un conto è parlare in privato con un amico, un altro è rivolgersi al pubblico).
Comunque. È da un pezzo che gli artisti, per far parlare di sé, debbono épater les bourgeoises. Non c’è bisogno neppure di spremere troppo le meningi: un po’ sesso (meglio se omo), un po’ di sangue, se è il caso - appunto - un po’ di cacca, e per non sbagliare un tocco di blasfemia, naturalmente contro i cattolici, gli unici che non replicano con richieste di spiegazioni all’ambasciata o condanne a morte. Fioriscono così da tempo le ultime cene gay, le madonne che piangono sperma, oppure i crani aperti, le budella mangiate, gli occhi strappati, gli stupri di gruppo. Un tempo bastava molto meno, per far parlare di un’opera d’arte: bastava che non si capisse niente e il gioco era fatto. Così poteva succedere che uno scambiasse per un capolavoro anche la mastodontica moglie di Alberto Sordi seduta su una sedia alla Biennale di Venezia nel film Vacanze intelligenti. Da quando il trash è diventato d’obbligo, come dicevamo, il livello non solo è salito (si fa per dire, salito) ma la trasgressione non basta mai, c’è sempre qualcosa di peggio da aggiungere.
Così siamo arrivati, qualche mese fa, a lasciar morire di fame un cane a una mostra. Sdegno, sacrosante proteste, indignate dichiarazioni da tutto il mondo. Risultato? Adesso far morire gli animali non basta più. Negli Stati Uniti una studentessa universitaria, Aliza Schvarts, metterà in mostra una parte della sua tesi di laurea. Per nove mesi, dice, si è auto-fecondata in casa grazie ad anonimi donatori; dopo di che, ha abortito tutti i suoi feti ingerendo delle pillole. Le «espulsioni» sono avvenute tutte in una vasca da bagno e sono state rigorosamente filmate. Dal prossimo 22 aprile fino al primo maggio, alla galleria Holcombe T. Green Hall di New Haven, Connecticut, un enorme cubo sarà appeso al soffitto; la studentessa avvolgerà decine di metri di plastica attorno al cubo; ci sarà anche un lenzuolo sul quale, citiamo testualmente, «faranno capolino macchie di sangue, miste a vaselina per evitare che il liquido ematico si essichi e la chiazza si allarghi». «Non solo - citiamo ancora -: la ragazza intende proiettare sui quattro lati del cubo e sulle pareti della stanza alcuni filmati registrati con una videocamera digitale sugli istanti drammatici in cui abortiva i feti». «Credo fermamente», ha detto la studentessa, «che l’arte debba essere uno strumento a sostegno della politica e dell’ideologia, non solo un bene di consumo. E penso che la mia creazione alzi il livello di ciò che pensiamo che l’arte sia chiamata a fare».
Travolta dalle polemiche, la ragazza ha ritrattato dicendo che gli aborti sono inventati. Ma non importa se la studentessa è una bugiarda oppure una semplice deficiente. Importa che l’ateneo che ha approvato il progetto («che vuole indagare i rapporti tra l’arte e il corpo umano») non è una fabbrichetta di laureati per corrispondenza ma nientemeno che l’università di Yale, il cui prestigio è perlomeno pari allo sconcerto provocato da una notizia del genere. Adesso che la genialata è diventata di dominio pubblico, a Yale c’è un certo imbarazzo e può darsi che decidano di lasciar perdere. Ma prima delle proteste popolari i cervelloni dell’università non hanno avuto dubbi nel ritenere che auto-mettersi incinta ed eliminare chi si ha in grembo «alzi il livello dell’arte».
La cosa più desolante è che come al solito giornali e agenzie ci cascano e titolano «mostra-shock». Ma quale shock? L’imbecillità ormai è routine.
Michele Brambilla