C'è chi pensa di limitare il Primo emendamento

Il giornalista spiega i tentativi di limitare la libertà di parola protetta dal Primo emendamento della Costituzione americana

Le fondamenta della sconvolgente campagna del governo degli Stati Uniti per limitare la libertà di parola furono gettate dalla popolarizzazione del concetto di hate speech (parole che incitano all'odio). Lo sviluppo più inquietante nel dibattito pubblico americano degli ultimi decenni è stato l'accettazione generale del concetto di hate speech, con l'assunto che si tratti di una categoria agevolmente identificabile di parole e che non godano della protezione accordata dal Primo emendamento.

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Mentre nella filosofia del diritto del Primo emendamento non ha alcun fondamento l'idea che l'hate speech non rientri nella sfera di protezione della Costituzione, ci sono tante persone che ritengono che sarebbe giusto che non vi rientrasse o, addirittura, che non vi rientri già. Alcune di queste persone occupano posizioni di notevole potere e influenza. Il 6 maggio 2015, tre giorni dopo la nostra Muhammad Art Exhibit and Cartoon Contes, tenutasi a Garland, Texas, e concepita per dimostrare che almeno qualche americano era determinato a difendere la libertà di parola, il conduttore della Cnn Chris Cuomo, molto critico nei confronti dell'evento, fu incalzato su Twitter: «Troppa gente sta cercando di sostenere che lo hate speech (non) equivale alla libertà di parola». Cuomo, che è effettivamente laureato in legge, rispose, «non equivalgono. Lo hate speech è esente dalla protezione. Non limitatevi a dire che amate la Costituzione... leggetela».

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Le cose non stanno così. Nella Costituzione, così come nelle numerose decisioni della Corte suprema che fino a oggi l'hanno interpretata, la rivendicazione secondo cui ci possa essere la minima esclusione dello hate speech dalla protezione del Primo emendamento non ha alcun fondamento. La cosa più prossima a una proibizione dello hate speech a cui sia giunta l'autorevole interpretazione della Costituzione è l'esclusione delle «parole bellicose» dal diritto alla libertà di parola previsto dal Primo emendamento.

«Parole bellicose», secondo la decisione unanime presa dalla Corte suprema nel 1942 nel caso Chaplinsky contro New Hampshire, sono quelle che «una volta espresse, recano nocumento o tendono a stimolare un immediato turbamento dell'ordine pubblico», il che significa che con ogni probabilità portano direttamente a uno scoppio di violenza. Si tratta, dichiarò la Corte, di una delle «categorie di parole chiare e limitate» di cui «non si è mai pensato che la prevenzione e punizione sollevasse questioni di costituzionalità». Messo alle strette dai costituzionalisti, Chris Cuomo fece riferimento a tale dottrina per difendersi: «Ovviamente, il Primo emendamento non indica espressamente le parole che incitano all'odio tra le sei protezioni del suo testo. Intendevo far riferimento al caso rilevante che fa giurisprudenza riguardo al Primo emendamento per vedere cosa goda di protezione. Lì, si scoprirà quasi subito che le parole che incitano all'odio sono quasi sempre protette. La parola chiave è quasi. Parole che incitano all'odio possono essere vietate; ecco perché seguito a citare il caso Chaplinsky e la dottrina delle parole bellicose». Ma quelle che oggigiorno vengono generalmente considerate hate speech - secondo la sinistra, praticamente qualsiasi dichiarazione che si scosti dai principi programmatici del Partito democratico - non costituiscono «parole bellicose». La mera espressione di vedute conservatrici e anti-jihad non può essere considerata un diretto incitamento alla violenza. Disse James Weinstein della Sandra Day O'Connor law school presso la Arizona State university, «Il fatto che determinate parole incitino all'odio o no è irrilevante ai fini di un'analisi del Primo emendamento». Eppure, nel ridimensionare tale concetto, lo studioso di legge Eugene Volokh ne sottolinea la popolarità: «Continuo a sentire parlare di un'ipotetica eccezione al Primo emendamento per quanto attiene allo hate speech o di frasi come, non si tratta di free speech, libertà di parola, bensì di hates speech, oppure, dove finisce la libertà di parola e inizia lo hate speech?. Ma il Primo emendamento non fa alcuna eccezione per parole che incitino all'odio».

(traduzione di Seba Pezzani)