C’è un colpevole dimenticato: è la droga il killer di Stefano

Di ritorno da Mosca, dove ho guidato la delegazione italiana della commissione adozioni internazionali, in occasione della ratifica da parte della Duma dell’accordo italo-russo in materia, trovo nelle prime pagine dei giornali la tristissima vicenda del giovane Stefano Cucchi.
Tutti chiedono a gran voce, e giustamente, di sapere la verità sull’accaduto, ma troppi inseriscono da subito un infernale aggiunta: vogliono la verità e il nome dei colpevoli da punire.
A me sembra che allo stato degli atti ci sia comunque un sicuro, evidente responsabile indiretto o diretto della morte di Stefano: la droga.
Ogni anno in Italia muoiono per overdose accertata circa 500 persone, mentre altrettante perdono la vita per patologie collegate all’uso della droga o a fenomeni di policonsumo.
Questo è il killer che entra nelle nostre case, aggredisce le nostre famiglie, porta via i nostri figli lungo un calvario che i genitori dei tossicodipendenti purtroppo conoscono troppo bene.
La verità di quanto accaduto a Stefano può essere dunque collegata al comportamento indegno di qualcuno che doveva proteggere la sua fragilità ma potrebbe anche essere l’avvelenato frutto finale dei danni della droga.
Come interpretare infatti la sua volontà di non accettare cibo e acqua durante il ricovero ospedaliero?
Per inciso: leggendo le polemiche odierne sul testo licenziato in Commissione alla Camera sul testamento biologico, ricordo ai distratti che si domandano perché i sanitari non hanno intubato il giovane Cucchi, che l’opposizione di sinistra sta conducendo una durissima battaglia parlamentare contro la maggioranza di centro destra che vuole stabilire per legge l’obbligo di alimentazione e di idratazione, dando la possibilità ai medici, in determinati casi, di intervenire d’autorità anche contro la volontà del paziente di non nutrirsi.
Ma due cose stiamo già facendo, fra le altre, in questi giorni come dipartimento. La prima è la ripresa del progetto «la cura vale la pena» in collaborazione con l’amministrazione penitenziaria. Si tratta della possibilità per il giudice della direttissima di sospendere per qualche minuto l’udienza, fare parlare il tossicodipendente spacciatore con un operatore del servizio pubblico o del privato sociale e di disporre da subito, in attesa del passaggio in giudicato della sentenza da lui stesso emessa, gli arresti domiciliari in comunità, nel caso l’imputato accettasse di aderire al programma terapeutico. Se questa procedura andrà a regime, in futuro, riusciremo ad evitare che si ripetano queste situazioni angosciose e drammatiche.
La seconda è l’avvio di una grande campagna promozionale contro la droga, rivolta soprattutto ai giovani, con la collaborazione gratuita di grandi squadre e di grandi campioni del calcio, che si concluderà il 22 novembre in tutti i campi di serie A e di serie B con lo slogan «fai goal nella vita, dai un calcio alla droga».
*Sottosegretario alla
presidenza del Consiglio