C’è la crisi? Balla che ti passa

CICLI E RICICLI Pollack ambientò «Non si uccidono così anche i cavalli» nel ’29, la dance spuntò con Travolta nel ’77. Ora arriva la tv

Balla che ti passa. La crisi, l’ansia e l’incertezza. C’è un dato incontrovertibile riguardo a questo invaghimento danzerino, come attestano gli ascolti costanti e vertiginosi di Ballando con le stelle, il sabato sera su Raiuno, nonché quelli insuperabili dei ragazzi di Maria De Filippi. Non bastasse, a Maggio, Alessandra Mastronardi, «Eva» Cesaroni, interpreterà una ballerina nella prima fiction in HD di Mediaset: Non smettere di sognare. Nel frattempo, Lucilla Agosti, cercando la sintesi perfetta fra la serie televisiva Saranno famosi e la passerella talentuosa, prenderà dimestichezza con parquet e scaldamuscoli nell’imminente esordio del nuovo talent show di Raidue Academy.
La crisi svuota i conti e scardina il diorama finanziario globale dei Madoff&Co, ma riempie le sale da ballo, impenna le iscrizioni ai corsi di danza, fa muovere, saltare, zampettare. In realtà, si tratta di una scoperta catodica tardiva, se paragonata all’attenzione cinematografica al tema del ballo: alla tragedia del ’29 è dedicato il film del 1969 Non si uccidono così anche i cavalli di Sidney Pollack, Oscar come miglior attore non protagonista allo spietato demiurgo del danceroom Richard Crenna. Una gara terrificante di vite danneggiate dalla crisi nella speranza di un premio, forse, di una redenzione danzante, con toni forti da Uomini e topi di Steinbeck. E, ballando, ballando possiamo raccontarci un’altra storia vissuta, non in piazza, ma nelle piste delle discoteche, prima newyorkesi e, poi, italiane, biancovestita, un po’ ormonale e un po’ effimera, la discodance di Tony Manero, il rivoluzionario. John Travolta, ventitré anni, italoamericano, già bimbo precocemente avviato allo spettacolo con talento ballerino e canoro che nel film di John Badham proprio un trentennio fa, dicembre 1977, trasformava un cultmovie in prepotente fenomeno generazionale: La febbre del sabato sera. Ispirata da un’inchiesta giornalistica di Nik Cohn pubblicata dal New York Magazine su riti e ritmi della gioventù di Brooklyn, la dance e la disco, luccicanti e chiassose, fumose e affollate si opponevano alla caligine ideologica.
Tanto produsse un film, nato per intrattenere, ma che, in realtà, sedimentava una tipologia ed uno stato d’animo di un modesto commesso che non smaniava per il conflitto di classe, ma seduceva le ragazzine a colpi di ballo. «Travoltini» che, in Svizzera, attrassero il realismo sociale della pittura di Mario Comensoli, comunicando un’atmosfera gioiosa e senza regole, disinibita e libera d’esprimersi in allegra brigata di un sabato o una domenica qualunque. Al cui confronto, appare goffo Richard Gere, mentre balla con Jennifer Lopez in Shall we dance? (2004) salvo riscoprire nuova energia vitale ad ogni passo appreso e dopo una figura danzante riuscita.
Morale: si balla che è un piacere in Italia, dentro e fuori dallo schermo, ultima fenonemologia danzerina e ballerina, vera e propria mania del costume nazionale, antitetico ai noiosi balletti istituzionali, alle formule figlie di un momento e, subito dopo smentite da orrendo politichese. Un vortice, a colpi di passi e contropassi, mosse e abitini da ballroom, rivincita della fisicità rispetto alla trance degli anni Novanta, dove un rave party rappresentava l’archetipo sballato di vite archiviate, spesso letalmente, dal segno di una frenata sull’asfalto, illuminate, sì e no, dal funereo lampeggiante della stradale. Consuntivo nichilista che pare superato dal ballo e dallo stare in ballo, intergenerazionale, spalmato fra ceti e categorie e corpi magrissimi o appesantiti, trucchi pesanti e visini «acqua e sapone».
Let’s dance.