C’era un amico di Lenin fra i compagni del Duce

La vita di Bombacci, fondatore del Pci fucilato con Mussolini a Dongo,
ricostruita da Luciano Foglietta, decano dei giornalisti romagnoli sopravvissuto ai lager. Il dittatore restituì la tessera al suo segretario: aveva aiutato il comunista

Vi pare normale che uno dei fondatori del Pci, proconsole di Lenin in Italia, sia stato fucilato a Dongo insieme con Benito Mussolini e poi appeso a testa in giù a piazzale Loreto accanto al Duce e a Claretta Petacci? E com’è possibile che il socialista Torquato Nanni sia stato ucciso dai partigiani insieme col fascista Leandro Arpinati e che un attimo prima d’essere raggiunto dalla scarica fatale abbia cercato di far scudo col proprio corpo all’ex podestà di Bologna? Perché in Romagna l’amicizia ha sempre superato le divisioni politiche, al punto da far scrivere ad Alfredo Panzini, quantunque fosse nato a Senigallia: «È l’unica terra dove si conserva quel po’ di buono che è rimasto nel mondo»?

Per capire i motivi che hanno indotto Luciano Foglietta, un giornalista nato 28 giorni dopo la Marcia su Roma, a rispondere a queste domande, occorre innanzitutto ascoltare il modo in cui si presenta: «Diamoci del tu. Potrei essere tuo nonno». Poi si deve leggere il titolo del libro di 256 pagine appena stampato da Minerva Edizioni, nel quale sono condensate le sue certosine ricerche: Sangue romagnolo. Quindi va tenuto conto del collega che s’è scelto per scriverlo a quattro mani: Giancarlo Mazzuca, ex direttore del Resto del Carlino, oggi parlamentare del Pdl e rubrichista di Panorama, che nella redazione di Forlì del quotidiano di Bologna fu suo ragazzo di bottega negli anni Settanta.

Infine, se si vuol capirne ancora di più, bisogna piantare un palo nella piazza principale di Santa Sofia, centro di 4.000 abitanti sull’Appennino forlivese, e tirare idealmente uno spago per non più di 7.200 metri. I compagni del Duce di cui parla il sottotitolo del volume, e cioè Leandro Arpinati, Nicola Bombacci e Torquato Nanni, nacquero tutti qui, i primi due a Civitella di Romagna, meno di 12 chilometri in linea d’aria da Predappio, dove fu partorito Mussolini, e il terzo a Santa Sofia.

Di Santa Sofia è anche Foglietta, che ormai prossimo agli 89 anni è il lucidissimo decano dei giornalisti romagnoli, 28 libri pubblicati dal 1958 a oggi. Di Santa Sofia era la mamma di Mazzuca, Maria Naldini, imparentata con Nanni. Di Santa Sofia è primo cittadino onorario lo stesso coautore, il quale commenta: «Le vicende storiche che abbiamo narrato fanno capire come non si possa ridurre la Romagna a un semplice trattino attaccato all’Emilia, e infatti col collega Gianluca Pini, deputato leghista, ho presentato un progetto di legge per dar vita alla Regione Romagna. A costo zero, nel senso che prevede la fusione delle province di Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna in un’unica entità». Sicché si può ben dire che Sangue romagnolo è un libro sull’amore per la terra dei padri ma soprattutto sull’amicizia, quella vera, che resiste ai traumi della lotta politica e all’usura del tempo, per continuare oltre la morte.

Foglietta vive ancora a Santa Sofia, accudito da una nipote. Giornalista dal 1955, fu talmente assorbito dalla professione da non trovare neppure il tempo per sposarsi. Esordì come corrispondente del Carlino dal suo paese natale. Nel 1968 il direttore Giovanni Spadolini lo assunse. «Benché fossi solo redattore ordinario, mi affidò l’apertura della redazione di Cesena. Quattro pagine tutti i giorni da scrivere e titolare. Da solo. Insieme a me prese anche Amedeo Montemaggi, il grande storico della Linea gotica, che divenne capopagina da Rimini. È morto pochi giorni fa. Aveva la mia stessa età. Anni dopo Montemaggi fece causa al giornale. Io non me la sentii e mi accontentai di restare nella redazione di Forlì fino al 1989, quando mi mandarono in pensione per raggiunti limiti d’età».

Lo dice con un certo rammarico, ma senza recriminare, nonostante la scarsità dei contribuiti versati gli valga una pensione certo non in linea con quelle piuttosto pingui pagate dall’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti: 1.270 euro al mese, cui si aggiungono 77 euro di vitalizio per essere stato prigioniero dei tedeschi, dopo l’8 settembre 1943, nei campi di concentramento in Sassonia e nei Sudeti: «Fui mandato a scavare nelle miniere di bauxite. Tornai a casa che pesavo 53 chili. Ancora qualche mese ai lavori forzati e sarei morto. Per rimettermi in sesto, i medici dovettero sottopormi a sei interventi chirurgici». Si vede che la tempra è la stessa del fratello Foscolo, già arrivato a 91 anni.

Dopo Spadolini, Foglietta al Carlino ebbe altri otto direttori: Domenico Bartoli, Enzo Biagi, Girolamo Modesti, Alfredo Pieroni, Franco Di Bella, Tino Neirotti, Franco Cangini, Marco Leonelli. «Biagi durò appena un anno: fu cacciato dall’editore Attilio Monti su pressioni di Luigi Preti, ministro delle Finanze. Eravamo molto amici. Lo aiutai a realizzare Terza B, facciamo l’appello, un programma della Rai in cui Enzo rintracciava i compagni di scuola dei personaggi famosi. Riuscii a ritrovargli gli amici di Pietro Nenni».

E ora ha riportato alla ribalta Arpinati, Bombacci e Nanni, i compagni del Duce.
«Mancherebbe all’appello lo stesso Nenni, finito in carcere a Forlì con Mussolini dopo le proteste del 1911 per la spedizione italiana in Libia. Ma lui veniva da Faenza, città guelfa, papalina. Non era sangue romagnolo. E non ha versato sangue: non fu ammazzato, è morto nel suo letto. Gli altri quattro amici imboccarono strade diverse, chi a destra e chi a sinistra, chi fascista e chi socialista rivoluzionario e poi comunista, chi fascista poi pentito e chi socialista turatiano, per ritrovarsi alla fine assieme, a due a due, negli ultimi istanti della loro vita in quell’aprile del 1945: Arpinati e Nanni uccisi il 23 a Malacappa, frazione del Comune di Argelato, da sei partigiani; Mussolini e Bombacci giustiziati a Dongo cinque giorni dopo».

Che cosa li univa?
«Erano tutti nati qui, fra il 1879 e il 1892. Tutti socialisti. Tutti proletari: Mussolini figlio di un fabbro, Arpinati di un oste, Bombacci di un carrettiere, Nanni di un fattore. Arpinati, dapprima socialista, poi anarchico, divenne uno dei ras del fascismo: deputato, podestà di Bologna, sottosegretario agli Interni dal 1929 al 1933. Più volte in attrito con Mussolini perché incapace di adulazione, fu estromesso dal partito, condannato a cinque anni di confino a Lipari, più altri cinque per mancato ravvedimento. Quando Nanni, sindaco socialista di Santa Sofia che aveva scritto la prima biografia di Mussolini nel 1915 per i tipi della Voce di Giuseppe Prezzolini, dopo la Marcia su Roma stava per essere linciato dai fascisti fiorentini, fra i quali c’era Amerigo Dumini, il killer di Giacomo Matteotti, Arpinati partì da Bologna con due camion carichi di fascisti emiliani e, arrivato in Romagna, cominciò a menare i camerati toscani per liberare l’amico. Nanni, che era l’intellettuale del gruppo, gli restituì il favore in punto di morte, cercando invano di proteggerlo dai proiettili dei partigiani. Caddero insieme. Un gesto eroico celebrato dal poeta Ezra Pound nei Canti pisani: “(Torquato) Nanni fu tre anni con Battisti / ma fucilato fu dopo Salò. / Si gettò davanti all’amico (Arpinati) / ma non poté salvarlo”».

Fa il paio con Bombacci, che andò a morire al fianco del Duce.
«Bombacci aveva frequentato la Regia scuola magistrale di Forlimpopoli diretta da Vilfredo Carducci, fratello di Giosue, dove si diplomò anche Mussolini. Nell’estate del 1911 era accanto al futuro Duce, che lo chiamava Nicolino, per l’inaugurazione della Casa del popolo a Villafranca di Forlì, insieme con la russa Angelica Balabanoff, amante di Benito. Il comizio degenerò in scontri tra socialisti e repubblicani. Bombacci fu il vero protagonista, molto più di Antonio Gramsci e di Palmiro Togliatti, della scissione del partito socialista il 21 gennaio 1921 a Livorno, da cui nacque il Pci. Per questo l’egemonia culturale comunista lo ha condannato all’oblio. Una damnatio memoriae sancita quando Luigi Longo, il rappresentante del Pci nel Comitato di liberazione nazionale di Milano, alla vista dei cadaveri appesi alla tettoia del distributore di benzina in piazzale Loreto, sentenziò: “Questo è Nicola Bombacci, il super traditore. Di lui non si deve parlare mai più”. Eppure era stato membro del Cominform e amico fraterno di Vladimir Ul’janov, detto Lenin. Dopo che il Duce aveva preso il potere, il capo del Cremlino rimproverò Bombacci e i comunisti italiani: “In Italia c’era un solo socialista in grado di fare la rivoluzione: Mussolini. Ebbene, voi l’avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo”».

Non fu più tenero il Duce, che di Bombacci, giudicato «un povero cervello di seminarista mancato», arrivò a dire, con riferimento alla barba da patriarca biblico che gl’incorniciava il volto: «Nicolino, Nicolino... Troppi peli per un coglione solo».
«Questo nella polemica pubblica. Ma, nonostante fosse diventato la bestia nera degli squadristi, che cantavano “Me ne frego di Bombacci e del sol dell’avvenir, con la barba di Bombacci faremo spazzolini per lucidare le scarpe di Mussolini”, in privato continuò a volergli bene. Mazzuca narra nel libro un episodio illuminante che gli fu riferito da Montanelli. Il Duce aveva un segretario personale, che un giorno gli si presentò taciturno. Indro raccontò a Mazzuca che si trattava del prefetto De Feo, ma forse fece confusione con i nomi: secondo me era invece Quinto Navarra. Mussolini chiese che cosa mai fosse accaduto e il suo collaboratore gli confessò d’aver mandato un assegno di 1.000 lire a quel comunista di Bombacci, perché la moglie di Nicolino aveva scritto una lettera al Duce chiedendo aiuto per un figlio molto malato, e per questo gesto di generosità era stato convocato da Achille Starace, segretario del Pnf, che gli aveva stracciato la tessera del partito. Due giorni dopo aver raccontato l’episodio a Mussolini, il braccio destro del dittatore fu riconvocato da Starace, il quale gli consegnò una tessera del partito fascista nuova di zecca e, con un buffetto sulla guancia, aggiunse ammiccando: “Ci avevi creduto, eh, cretinetti!”».

Ma come mai il referente di Lenin in Italia, l’uomo che guidava le delegazioni del Pci a Mosca, si convertì al fascismo?
«Credette che il Mussolini della Repubblica sociale italiana, teorizzatore dello Stato del lavoro contro il capitalismo, fosse finalmente approdato al marxismo. E ci credette fino in fondo. Il 15 marzo 1945, una quarantina di giorni prima di finire crivellato di colpi col Duce a Dongo, era ancora capace di radunare una folla immensa nella piazza De Ferrari di Genova e di arringarla sulle magnifiche sorti della socializzazione».

Sangue romagnolo
non sarà un libro un po’ agiografico? Non si può dimenticare che gli squadristi di Arpinati linciarono Anteo Zamboni, il quindicenne anarchico che il 31 ottobre 1926 aveva sparato a Mussolini, senza colpirlo. Lo stesso Duce commentò: «Con questo atto barbarico, che deprecai, l’Italia non dette certo prova di civiltà».

«Stiamo parlando di anime nere, certo, a parte Nanni. Ma Togliatti non era forse un criminale? La politica è una Chiesa: chi ci entra sposa un “ismo”, qualcosa che non nasce dal ragionamento bensì dalla fede. E infatti avrei preferito come titolo I quattro dell’Apocalisse. Di Arpinati s’è persino ipotizzato che fosse coinvolto in quel fallito attentato. Io non ci credo. Il babbo di Zamboni era suo amico ed è molto più probabile che il giovane Anteo volesse sparare proprio ad Arpinati, che era alla guida della Torpedo su cui a Bologna aveva preso posto il Duce. Una condanna a morte per aver tradito l’ideale anarchico».

Lei era fascista, Foglietta?
«No. Sono stato balilla e avanguardista. A 20 anni mi mandarono in guerra, per cui non ebbi mai la tessera del Pnf. Però ci credevo anch’io, come tutti. Il consenso nacque dalla conquista dell’impero. Oggi ci si dimentica che nel 1929 il mondo si fermò, proprio come sta accadendo adesso. Milioni di italiani non potevano più emigrare negli Stati Uniti, le banche saltavano, mancavano i posti di lavoro. Mussolini trovò uno sbocco occupazionale per le masse in Africa orientale».

Torquato Nanni diceva: «La politica non è interesse e non è dottrinarismo: è azione, è passione, è rivoluzione».
«Lo diceva riferendosi alla Romagna, non al resto d’Italia. Per me, fin da allora, la politica era putredine, era privilegio, era interesse personale, come è sempre stata, a tutte le latitudini e con tutti i governi».

Il suo allievo Mazzuca, che siede in Parlamento, inorridirà.

«La politica non può emendarsi. Alla soglia dei 90 anni non nutro più alcuna illusione su questo. Ho visto nei campi di prigionia come sono fatti gli uomini».

Come sono fatti?
«A parte qualche santo, di cui persino io che sono agnostico riconosco l’esistenza, pensano solo a sé stessi. Prevale l’istinto di conservazione. Nel lager mangiavamo in sei un pane raffermo fatto di farina e segatura e ognuno di noi si girava dall’altra parte, mentre addentava il suo pezzo, altrimenti il compagno gliel’avrebbe strappato di bocca. La fame non è appetito».
(554. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it