C’era una volta Sergio Leone, un anarchico fra mito e West

Sette film, quattro capolavori riconosciuti ma mai un Oscar. Esordì coi "peplum", poi il successo con il genere "spaghetti"

Per fortuna James Coburn e Charles Bronson risposero no grazie. Venticinquemila dollari per girare un western in Europa, per di più con un regista sconosciuto? Non ci pensiamo neppure, dissero in coro. Ma ci fu uno che accettò l’offerta, che per lui, ignoto attore di una serie di telefilm di modesto successo (Gli uomini della prateria), si era abbassata di diecimila bigliettoni. Si chiamava Clint Eastwood e il titolo del film in cantiere gli sembrò perfetto: Il magnifico straniero. Così volò a Roma, era la primavera del 1964, e conobbe il regista in questione, tale Sergio Leone. Il quale nel vedersi di fronte quel tizio magro e allampanato, con la barba di qualche giorno e vestito già come un cowboy, si grattò perplesso la vasta pera. Fu l’inizio di una lunga amicizia.

Anche se sulle prime, l’uno dirà dell’altro: «Leone ha due grandi passioni: mangiare e girare film». Così contraccambiato: «Eastwood ha due sole espressioni, con il cappello e senza». In effetti, oltre alla buona tavola, Leone la passione per il cinema ce l’aveva nel sangue. Il padre, Vincenzo Leone, con il nome d’arte di Roberto Roberti aveva diretto svariati film di Francesca Bertini, la più celebre diva italiana del muto, quella che ad ogni scena madre, vale a dire ogni cinque minuti, si aggrappava alle tende con gli occhi sbarrati. La madre si chiamava Edvige Valcarenghi, la trascurabile attrice Edvige Waleran. Evidentemente era una tradizione familiare la smania di pseudonimo, perché anche Leone junior scelse di apparire camuffato sulle locandine, firmando il suo primo western Bob Robertson, chiaro omaggio alla memoria di papà e obbligatorio pedaggio al dannato provincialismo del nostro cinema. A proposito, il film non si chiamò più Il magnifico straniero, ma Per un pugno di dollari. Titolo azzeccato per il basso costo, più o meno duecentomila dollari, compresa la lunga trasferta in Spagna, nella provincia di Madrid, non certo per gli incassi: tre miliardi soltanto in Italia.

Che colpo per un genere, il western, considerato, a essere generosi, di serie B, che trovava accoglienza solo nelle sale di terza visione, molte coi sedili ancora di legno. Chissà come se la ride oggi, quarantacinque anni dopo e a vent’anni giusti dalla morte, l’«anarchico, fuori da ogni club» Sergio Leone, riverito e rivalutato dopo che legioni di critici avevano puntualmente evitato le sue opere. Eppure Per un pugno di dollari, destinato a rivoluzionare la storia, piuttosto appassita, del western («John Ford? Per carità, mi piace, ma lo trovo un po’ lento», diceva del Maestro americano) non era stato l’esordio, bensì la consacrazione, del Leone regista.
Il quale nel 1959 aveva portato a termine un mediocre film mitologico, Gli ultimi giorni di Pompei, subentrando al vecchio regista malato, Mario Bonnard, che l’aveva cominciato. L’anno dopo ecco il primo film, suo al cento per cento, un altro mitologico, Il colosso di Rodi, kolossal non solo nel titolo, visto che la leggendaria statua ricostruita sul set all’imbocco del porto di Rodi era alta più di cento metri. Un film così e così, con un protagonista in declino e costo quindi adeguato (Rory Calhoun) e una scalpitante Lea Massari in gonnellino. Rispetto al peplum classico una sorprendente dose d’ironia, che forse contribuì a raggiungere incassi insperati: oltre gli ottocento milioni.

Ma Leone, classe 1929, e il cinema si erano già incontrati da tempo. Basti dire che nel ’48 era stato assistente di Vittorio De Sica («Il più grande di tutti, altro che Antonioni, che mi fa addormentare, e Bergman che mi fa ridere») in Ladri di biciclette, in cui fece anche una comparsata travestito da pretino tedesco. Tralasciando le pellicole minori, nel ’51 fu poi sul set di Quo Vadis?, nel ’55 di Elena di Troia e nel ’59 di Ben-Hur, dove la vox populi lo indicò come l’effettivo autore della splendida corsa delle quadrighe.

Un tirocinio che gli diede la spinta per il successivo volo solitario. Otto film, dando per suo anche Gli ultimi giorni di Pompei, in venticinque anni di carriera: mica molti in verità. Ma non sono neanche tanti gli autori che hanno nel medagliere tanti capolavori. Forse togliendo, tra i cinque western, presto denominati spaghetti, connotazione più spregiativa che affettuosa, Giù la testa. Dove non riuscì a mettere le briglie al gigionissimo Rod Steiger, né la sordina alle musiche, esageratamente enfatiche, del grande Ennio Morricone, partner geniale di un duraturo sodalizio.

Ma Per qualche dollaro in più; Il buono il brutto il cattivo; C’era una volta il West è tutta merce da far schiattare d’invidia la Monument Valley. Per finire con C’era una volta in America, roba da lasciare a bocca aperta Marlon Brando e il suo Padrino. Certo, una violenza inaudita, con l’ironia un po’ perduta per strada, ma che forza, che impeto, che talento. Grazie anche all’insuperabile Robert De Niro («Non ho mai visto un attore così»). Però Leone non fu mai premiato con l’Oscar: anche questa una sorpresa (negativa). La morte lo ha preso troppo presto. Gli sono rimasti nel cuore, fermato da un infarto il 30 aprile del 1989, due ossessioni: il rifacimento di Via col vento e soprattutto i 900 giorni di Leningrado. Un soggetto incompiuto che gli fece lanciare l’ultimo sberleffo agli intellettuali, che l’avevano sempre detestato: «Che ignoranti, lo confondono ancora con la battaglia di Stalingrado».