C’era una volta la sinistra

Pochi giorni fa ci addoloravamo per il declino irresistibile di una sinistra in disfatta (cosa che non ci fa piacere perché una democrazia deve avere due gambe per camminare) e oggi ci troviamo di fronte a sviluppi patetici, purtroppo non privi di qualche tratto demenziale e nel complesso grotteschi. Come già sapete oggi la giornalista Concita De Gregorio di Repubblica (cronache politiche mondane e, come si dice “di colore”) diventa direttore del giornale fondato da Antonio Gramsci. Già questo fatto fa piangere e ridere. Concita me la ricordo. Quando fui eletto per la prima volta al Senato nel 2001 lei fece il suo pezzetto di colore e Dio sa perché mi volle dedicare poche righe descrivendomi con occhiali rossi e masticando gomma americana. Poiché io quel giorno non avevo occhiali rossi e non ho mai masticato gomme in vita mia, scrissi una letterina al suo giornale che mi fu pubblicata con la chiosa di Concita: «Si vede che si trattava di una caramella». Il suo scopo, scuola di Goebbels riciclata nello sciattonismo della scuola romana, era quella di dipingermi in un modo che facesse arricciare il naso e storcere la bocca al lettore facendomi passare per cialtrone (ruminava in Parlamento indossando dettagli stravaganti), cercando di colpire la dignità personale. Una scuola che ho frequentato anch’io e di cui sono stato anche docente, ma mai in modo indecente. Ora questa signora è direttrice. Scelta, si deve supporre, di Veltroni. Bravo Walter, una cazzata dietro l’altra: vai avanti così che vedi quanto vai lontano. Naturalmente il direttore Padellaro si è irrigidito, il geniale disegnatore Staino si è descritto con un sorriso che in realtà era una paresi e oggi esce un articolo di un infuriato Furio Colombo, il quale almeno ha di buono di essere dalla parte di Israele. Si preannuncia una Unità simile all’ultima trasformazione del Corriere dei Piccoli, quando crepò per una improvvida crisi di ammodernamento che ne assassinò la natura infantile. Nel caso di Concita l’assassinio dell’Unità avverrà sul «sociale e sul femminile». Bah. Avremo mille ricette facili per la mamma che lavora, inchieste sul profilattico da scegliere fra i tanti in commercio (fragola, stracciatella o pene equino?), come essere sempre un po’ troia quando il marito torna a casa la sera dalla Coop, che cosa mettere ai bambini quando li si porta a manifestare contro Berlusconi: ce ne frega assai, a noi, dei «Grundrisse». Occhiali colorati e gomma da masticare come armi di disperazione di massa e tante, tante pagine supertabloid di frizzante imbecillità in un deserto di idee.
Idem la nuova festa dell’Unità a Firenze che non si chiama più festa dell’Unità (in fondo, come dar loro torto, a questo punto) ma “Festa” e basta: semplificazione geniale di una tradizione che fra salamelle e piadine aveva accompagnato la storia di un’Italia raccontata non solo da Guareschi e lobotomizzazione della famosa memoria collettiva di cui al Pd non sembra importare nulla. Sembra che il motto della nuova classe dirigente, peraltro anzianissima, sia: «Dimenticare per Rinnovare», o anche «Morire per Esistere». Come dicono i più giovani: una ficata (a Nord figata).
Il fatto è che il Partito democratico, che non ha e forse non avrà mai una sua identità, preferisce abolire le parole e i simboli un po’ come fece Lutero quando cacciò dalle chiese santi e dipinti. Con la differenza che Lutero aveva un paio di idee forti nella mente che avevano già innervato mezza Europa, mentre il Partito democratico non ha per ora innervato un bel nulla e con la nuova Unità che si ritroverà non sarà capace nemmeno di innervare il filo nella cruna dell’ago. Così oggi siamo di fronte a questi bei risultati: crollo continuo nei sondaggi, malumore dei sindaci carismatici da Cofferati a Chiamparino a Cacciari, cancellazione della storia e dell’identità del giornale storico della sinistra di origine comunista (che fra tante rozzezze aveva anche parecchia roba buona e un’argenteria di famiglia oggi reperibile ai mercati delle pulci), cancellazione del nome dell'evento tradizionale e radicato, la «Festa dell'Unità», sostituita dal party locale, fra un drink e l’altro ballando «Yes we can». Quando poi in America vincerà, come appare sempre più certo, John McCain, vogliamo vedere che ne sarà di «Yes we can», che a sua volta è successore di «I care» che, per quanto usata da Don Milani, va pronunciata solo indossando camicie botton down di Madison Avenue.
Che sinistra sarebbe questa che viene offerta sul mercato della politica? Incapace di mantenere ferma la barra su una linea politica annunciata, quella delle grandi riforme col governo. Incapace di ridare linfa alla tradizione non peggiore, sostituendola con il «concitismo» di Concita come nuova frontiera del socialismo; incapace di far vivere al proprio interno quei poveri socialisti che avevano scelto l’alleanza di sinistra (gli altri sono tutti al governo) e per i quali è stata praticata la soluzione finale; asfittica in Parlamento dove l’appendice dipietrista la fa da padrona dissacrando e disossando un’area che in fondo apparteneva alla sinistra radicale. Non dimentichiamo che Di Pietro in Parlamento ce lo ha messo Veltroni, in un altro dei suoi impeti di rinnovamento fallimentare. Dovrei concludere dicendo: che pena. In realtà si prova soltanto rabbia. La sinistra ha perso le sue qualità elementari che erano la creatività, una vena di ribellismo alimentata da intellettuali ancora capaci di ragionare, un piglio ironico rimasto oggi appannaggio soltanto di Staino (con la paresi) e pochi altri. Riusciranno i nostri eroi ad andare lontano? No, di questo passo non andranno da nessuna parte e prima o poi di loro si dovrà occupare il Wwf.
Paolo Guzzanti