«C’erano buste stracciate e sacchi rovesciati...»

da Roma

Ha solo trentaquattro anni, fa il documentarista indipendente, è di sinistra. Volfango De Biasi aveva scelto, in questa campagna elettorale di raccontare una storia avvincente, quello del primo voto per gli italiani all'estero. Oggi è l'uomo del giorno, e certo non poteva immaginare che il suo documentario girato all'altro capo del mondo, pieno di registrazioni in presa diretta, sarebbe diventato un caso. Né che lui stesso si sarebbe ritrovato testimone, seguendo le storie dei candidati, di uno scrutinio a dir poco caotico e sospetto.
De Biasi, ti aspettavi tutto questo clamore?
«Sinceramente no. Certo, la mia idea era quello di raccontare la storia di questa campagna elettorale con uno sguardo divertito, ironico e realistico. Una sorta di commedia all'italiana, in cui con il sorriso sulle labbra centrare delle verità che qui in Italia ci erano meno chiare».
Risultato raggiunto!
«Oltre ogni aspettativa. Perché mi sono accorto strada facendo che laggiù tutti i nostri difetti e le nostre virtù venivano rappresentate e ingigantite. Per esempio Pollastri: è una persona anche simpatica, ma è un vecchio democristianone che teorizza la politica come mercato, come trattativa: io sto con chi chi vince, perché si vince per stare con chi si governa. E lo dice con una franchezza che forse i nostri politici romani non hanno».
Mentre la Giai?
«Esattamente all’opposto. Io non ho dubbi e metterei quattro mani sul fuoco sulla sua sincerità e sul suo disinteresse. È una persona che si è candidata, a settant'anni suonati perché crede in quello che fa, perché era convinta di poter difendere in parlamento le cause per cui ha combattuto una vita».
Anche in questo diversa dall'Italia?
«Ho trovato in lei, e nella Bafile, uno spirito che è difficile trovare in Italia, ormai. Un senso di dedizione. Mentre allo stesso tempo ho trovato interessantissimo documentare questa comunità di candidati, gli altri, in cui tutti trattano, tutti millantano, tutti dicono di essere, e di fare, e sembrava che stessero giocando a Risiko».
Il tuo film ha una tesi?
«Assolutamente no. Anche le immagini del dirigente diessino che viene a dire rinunciate al ricorso le ho registrate perché ero lì da giorni, e nessuno più si domandava se stessi registrando o meno».
Un fuori onda?
«Lì tutto era in onda».
Che cosa hai visto nel seggio elettorale di Castel di Porzio? «Ero lì per seguire Bruzzese. Sono entrato con un normale accredito stampa. Sono rimasto stupito del clima che c'era, tutti giravano dappertutto, per terra c'erano buste stracciate, carte, sacchi rovesciati, pacchi di buste che volavano di qua e di là... non posso dire altro, certo mi sarei aspettato un altro decoro, visto l'importanza di quel voto».