C’è un filosofo in palcoscenico

COPPIA D’ARTE Il lavoro è firmato a quattro mani dall’interprete insieme con Flavia Mastrella

Ma chi è Antonio Rezza? Un attore? Uno dei fantastici marchingegni polimorfi inventati da Flavia Mastrella? Un mutante piuttosto, e un corpo a geometrie variabili, mai scontate. Un fluido che scorre sul palcoscenico del teatro Vascello e in sala, percorrendo chilometri e chilometri sull’orlo del precipizio. E così farà ogni sera, fino al 31 dicembre.
Un maratoneta che recita, allora? Se è vero che l’uomo è una corda tesa tra la bestia e l’oltreuomo, come intuì Nietzsche, Antonio Rezza è la vibrazione. Stringa energetica che non prevede momenti statici, e confluisce in una specie di sinfonia di gesti e parole: suoni dell’intera gamma, così come le disarticolazioni attraversano l’intero spazio.
Spazio che non è costituito dal palco o dalla sala, ma dal mondo interiore dello stesso Rezza, volendo per un attimo ammettere che sia un uomo. È invece un bambino, questo artista della provincia di Latina, figlio di poliziotto. L’innocenza che si muove ininterrottamente all’interno dell’uomo. Qualcuno potrà prenderlo per matto: lui stesso, nei momenti di lucidità, si fa passare per matto.
«Vi punto contro la mia disperazione», dice una delle centinaia di persone che abitano questa persona, e non è il bambino. Al genio fanciullo non sfugge il lato vitalistico, dunque assurdamente ironico, anche della disperazione. E così ne ride, sferzando il pubblico di masochisti che si diverte a essere frantumato, scarnificato, rovesciato nelle sue certezze. «Siete disarmati e io sui disarmati non sparo», urla Rezza ora politico ora suora ora poliziotto ora uomo qualunque dissolto nel tran tran ufficio-psichiatra-ortopedico-cardiologo-estetista-manicomio.
Lo spettacolo si chiama Fotofinish, risale a qualche anno fa, e viene riproposto. Anzi, trattandosi del «mostro a due teste» (Rezza si misura con l’habitat creato dalla sua alter ego, Flavia Mastrella), la performance è ri-posta: ogni volta uguale e diversa, perché diversi sono i due nell’incedere della vita. Lo spunto è la solitudine, la solitudine dell’uomo, la solitudine di Rezza, e quella del bambino. Un ente, insomma, che tenta di fotografarsi, di fermare per un attimo il tempo che lo divora.
Nel tentativo, lo dilata fino a diventare altro da se stesso, e fino a vivere all’interno di se stesso la vanità estrema del tentativo. Il microcosmo viene popolato da sculture circolanti e «bocche urlanti», il corpo diventa mille corpi ed esplora universi inaspettati (dall’aiuto di scena gay al pubblico trascinato sul palco). Rezza si espone dal «di dentro», come dice una delle bocche urlanti, fino a esporre l’imbarazzante nudità delle pulsioni di ogni umano.
Il «personale è politico», era uno slogan - spesso malinteso - degli anni della contestazione giovanile. Rezza da anarchico individualista assoluto riesce a manifestare, in questa sinfonia ritmica di gesti e irresistibili battute, lo «zoon policòn» aristotelico. La solitudine e la disperazione sono quelle dei nostri tempi, ma anche di ogni tempo ancestrale. Potrebbe essere Adamo, questo Rezza che si aggira mezzo nudo (ma la volgarità viene tenuta sempre un passo indietro), sognando di essere donna e poi uomo e poi «essere totale».
Sì, è anche il delirio di un pazzo, d’accordo. Difatti, nel canovaccio dello spettacolo, effettivamente l’uomo solo si vede impazzire poco alla volta: da politico che arringa una folla che non c’è, fino al cane che viene messo a guardia di una proprietà, scoprendo poi di essere sempre e solo lui, il cane.
Solo come l’uomo. Ma con un colpo di coda torna da cane a politico, accusando gli elettori di non aver capito che nulla è mai esistito, perché l’unica cosa che esisteva era la sua solitudine. E la solitudine «non può essere fotografata perché è l’assenza di chi non ti è vicino», scrivono gli autori. Dunque Rezza non è, Rezza è l’assenza che ci fa guardare dentro.