C’è un limite anche per il ridicolo

Paolo Mieli ha spiegato nei giorni scorsi che il governo Prodi si trovava in una singolare situazione: più si indeboliva, più si rafforzava, da una parte diventava meno minaccioso e più disponibile a mediare, dall'altra dimostrava sotto l'aspetto sfilacciato una fibra d'acciaio in grado di resistere. E in Italia un potere capace di resistere è particolarmente affascinante. Come al solito l'analisi del direttore del Corriere della Sera è fine. Ma poteva funzionare se dal voto del 9 aprile fosse uscito sfasciato Silvio Berlusconi e il nucleo forte della maggioranza avesse potuto contare su due punti di appoggio, sinistra radicale e un'area ampia di centristi. Questo era il sogno di Mieli (e del nostro estenuato establishment) quando scrisse il famoso editoriale che aiutò la vittoria di Romano Prodi. Ma non è andata così: il voto alle politiche è stato di pareggio e non poteva reggere un esecutivo condizionato almeno da un terzo di parlamentari estremisti. Nel caso di Prodi ogni debolezza ha generato un'altra debolezza e così fino alla caduta. Le crisi erano risolte con furbate che rapidamente tornavano a squassare la maggioranza. La base di Vicenza era questione urbanistica, in Afghanistan facevamo solo giardinaggio, avevamo aumentato le tasse per abbassarle, eravamo per i Pacs o Dico ma li mandavamo al Senato ad affossarsi, eravamo per la Tav ma tra sei, otto, dodici mesi, dài Bersani inventati una lenzuolata, eravamo per bloccare i disobbedienti Benetton ma siccome adesso ci serviva Zapatero autorizzavamo la fusione Abertis-Autostrade, volevamo dare un colpo a Geronzi e Tronchetti Provera ma siccome ci era utile il Corriere rimandavamo l'affondo, eravamo per la riforma delle pensioni (un giorno vi diremo quale) ma siccome la Fiat poteva aiutare autorizzavamo i prepensionamenti.
Queste sono state alcune delle debolezze-furbate che avrebbero dovuto rafforzare Prodi. Ma l'esecutivo isolato dal consenso popolare è caduto. In particolare è crollata la sua credibilità internazionale (basta vedere gli scappellotti che riceviamo da Bruxelles). D'altra i poveri Parisi e D'Alema con che faccia potevano continuare a prendere impegni internazionali subordinandoli al voto di Franca Rame, Rossi e Giannini. All'estero, poi, è stato particolarmente rovinoso il ruolo di Prodi: non solo per le sue amicizie ambigue con l'Iran, non solo per gli errori nel rapporto con i russi. Ma soprattutto per gli «assi» con Stati europei che il presidente del Consiglio ha costruito e ricostruito. Era partito con un rapporto privilegiato con la Merkel, ma il cancelliere non si è prestato a sparate di stile prodiano. Poi si è lanciato su Chirac ma qualcuno deve averlo informato che il presidente francese non contava più niente. Infine ha fatto rotta su Zapatero per una richiestina di conferenza sull'Afghanistan che consentisse di recuperare il voto di un qualche Rossi. Zapatero non solo conta pochissimo nel mondo dopo l'incontrollata fuga dall'Irak ma è anche nei guai in Spagna per le gaffe sull'Eta.
Per fortuna le debolezze non hanno rafforzato Prodi. Se no, altri guai del tipo descritto ci sarebbero capitati addosso. Ci sarà ora un Prodi bis? Mah. Anche il ridicolo ha un suo limite.