C’è una logica dietro i missili di Hezbollah

Apparentemente non ci sono spiegazioni logiche per l'improvviso attacco missilistico lanciato dai miliziani Hezbollah contro Israele domenica scorsa. Non c'erano stati sconfinamenti di truppe israeliane e non c'erano più rivendicazioni territoriali dal momento che, con l'evacuazione israeliana del Libano meridionale tre anni fa, la frontiera di Israele con il Libano era stata “certificata” dall'Onu.
La settimana scorsa, però, c’è stata la visita del premier israeliano alla Casa Bianca, che nei rapporti bilaterali fra Gerusalemme e Washington non ha apportato molto di nuovo ma che nei confronti dell'Iran ha significato il raggiungimento di una completa intesa diplomatica e strategica. L'Iran, che considera politicamente il movimento fondamentalista sciita degli Hezbollah come un prolungamento dell'ideologia khomenista e militarmente come un suo braccio armato contro Israele, aveva minacciato di trasformare lo stato ebraico nella prima vittima «di qualunque azione ostile americana».
Colpendo con precisione la sede del Comando di zona israeliano situato non lontano dalla città di Safed in Alta Galilea (oltre al kibbutz frontaliero di Manara) l'Iran ha voluto mandare a Gerusalemme un doppio messaggio: dimostrare che gli Hezbollah dispongono e sanno usare missili più perfezionati che in passato; far sapere di essere pronti a rispondere alla cooperazione israelo-americana con tattiche missilistiche a cui Israele avrebbe difficoltà a rispondere dato che gli attacchi vengono lanciati dal suolo libanese.
Questo spiega la violenza della rappresaglia israeliana ad un attacco che non ha fatto che due feriti. Una reazione condotta con l'impiego massiccio dell’aviazione che ha causato vittime nei campi di addestramento degli Hezbollah e dimostrato, con la distruzione di loro fortificazioni sotterranee, che Israele conosce la dislocazione delle basi missilistiche avanzate degli Hezbollah e può distruggerle. L'effetto è stato immediato, con l'appello del debole governo di Beirut all'Onu perché intervenisse per mettere fine ai bombardamenti israeliani. Richiesta che Gerusalemme ha subito accettato.
Quanto durerà questa tregua è difficile dire. La sua lunghezza sarà determinata a Teheran e non certo da e nel Libano. I termini del conflitto - minori in termini locali ma grandi in termini regionali - la rendono precaria e riportano la frontiera israelo-libanese, relativamente tranquilla, ad essere una nuova “linea calda” nel Medio Oriente.
Ci sono poi da considerare i risvolti interni di questo conflitto. Nel Libano il movimento degli Hezbollah ha perduto molto del suo prestigio internazionale con il ritiro delle truppe israeliane. Attaccare avamposti o pattuglie israeliane è sempre stato un mezzo per farsi pubblicità e giustificare i quattrini e le armi che la milizia sciita riceve dall'Iran e dalla Siria.
In Israele, dove la capacità politica del premier Olmert e le idee “pacifiche” del nuovo ministro della Difesa, il sindacalista Perez, sono sotto scrutino da parte dell'opposizione di destra e dell'opinione pubblica, il vigore delle reazioni agli attacchi dei fondamentalisti islamici è diventato un metro dell’autorità, del prestigio e della coesione del nuovo governo.