«C’è la mia parola, si va alle urne il 9 aprile»

Gianni Pennacchi

da Roma

Come? Ciampi non si fiderebbe più di lui, che comunque avrebbe perso nel confronto col Quirinale? Sì, Berlusconi ha letto i titoli di alcuni quotidiani che non gli sono amici, ma sorride e ribatte: «Non credo si possa dire che se c’è la parola del presidente del Consiglio, il capo dello Stato poi non si fidi: pacta sunt servanda». Come dire che il premier s’è impegnato per le elezioni politiche il 9 aprile come concordato da tempo: non era certo far slittare quella data il suo obiettivo, puntava semplicemente a rinviare lo scioglimento delle Camere, e questo ha ottenuto. Dunque, chi l’ha spuntata tra Palazzo Chigi e il Quirinale? Senza cantar vittoria, Berlusconi annuncia: «Si voterà il 9 aprile, come annunciato, e anche avendo alle spalle un lavoro di due settimane in più. La decisione è prerogativa del capo dello Stato, ma mi sembra che si stia andando in questa direzione».
Era a Sky Tg 24, ieri il premier. Ovviamente non poteva vantare di aver vinto sull’intera linea - due settimane in più, non una soltanto ha avuto, di Parlamento aperto e par condicio inoperante - per galateo istituzionale, né poteva ammettere di aver posto l’aut aut: o così, oppure si va alla scadenza naturale di maggio. Però ricorre alle regole del calcio per far comprendere lo stato reale delle cose che portano, come lui voleva, a far slittare il decreto di scioglimento dal 29 gennaio al 12 febbraio: «Questa legislatura partì a maggio, e a maggio dovrebbe concludersi. Abbiamo accettato di chiudere la partita all’80° minuto, ma quando ci siamo accorti che c’erano ancora leggi importanti da approvare, abbiamo chiesto di giocare almeno fino all’85°, che sono comunque cinque minuti in meno rispetto al tempo regolamentare».
Lungo e serrato, l’intervento televisivo di Berlusconi che è tornato a battere sul tasto Unipol e sui Ds «mestieranti della politica», ha ribadito che Prodi «ha fruito» di una legge fatta fare dal pio Oscar, ha tranquillizzato che Rauti è ormai un «moderato» ed ora «aspettiamo Mastella». Infine, rompendo un silenzio che seppellisce ogni polemica intorno alla legge sull’aborto, ha detto che la 194 «risponde alle esigenze delle donne». Queste le sue risposte più incisive e interessanti.
Unipol. «L’ho fatto e lo rifarei», ha scandito il premier difendendo il suo passaggio in Procura per riferire quanto sapeva sulla scalata dell’Unipol alla Bnl. Gli incontri di cui ha parlato «dimostrano che i Ds erano scesi in campo a giocare», ha insistito proseguendo: «Davvero si crede che gli italiani abbiano l’anello al naso? Allora bisogna chiamarli i furbetti del botteghino».
Alitalia. Anche le turbolenze sindacali di Alitalia, secondo Berlusconi, sono legate al caso Unipol: «La sinistra si è trovata di fronte allo scandalo Unipol ed è venuto fuori l’ordine generale: dimenticare Unipol ed esaltare ogni situazione per togliere lo scandalo Unipol dai giornali. I sindacati sono assolutamente organici agli interessi della sinistra». Questi scioperi «non nascono da soli: sono organizzati e coordinati», ovviamente dalla sinistra che «oggi è in grandissima difficoltà di credibilità», poiché «si è squarciato il velo di ipocrisia che le si era costruito intorno».
La sinistra. «Tutti gli attuali dirigenti dei Ds vengono dal vecchio Pci e fanno solo politica», ripete il leader della Cdl esortando: «Dovrebbero come minimo cambiare mestiere, andassero a fare i bibliotecari, i commercianti». Pur professando «stima» per gli elettori della sinistra, dice di non capire come ci si possa «affidare ancora a chi ha scelto l’ideologia comunista».
Lo sfidante. «Sembra sparito, volevo chiedere Prodi dov’è. Fa delle battute, mi piacerebbe che le facesse di fronte a me davanti ad una telecamera. Sarei prontissimo ad incontrarlo, finora non sono riuscito ad averlo di fronte». Berlusconi poi, torna a picchiare sui trascorsi giudiziari del leader dell’Unione: «Non ho detto che Prodi ha usufruito di un’amnistia. Prodi ha fruito, nella sentenza che lo ha assolto, di una modifica della legge sull'abuso d'ufficio che il presidente Scalfaro, che era organico alla sinistra, fece fare al Parlamento e che ridusse drasticamente le pene per il reato».
Moderati. È ormai raggiunta l’intesa tra Cdl e Rauti, «che condivide al 95% il nostro programma ed è acquisito alla parte moderata». Mano ancor più tesa dunque, a Clemente Mastella: «Non ho mai capito come possa stare con Diliberto, no global, verdi, rivoluzionari. Mi auguro che alla fine si presenti nella parte che gli è più congegnale di cui condivide valori, principi e programmi».
Aborto. È «un trauma, l’ultima cosa che una donna vorrebbe affrontare», e occorre fare tutto il possibile per evitare una tale decisione. Ma «se non si riesce a far cambiare idea a chi intende farlo, bisogna assistere questa donna nel modo migliore. Credo che l’attuale legge abbia risposto in gran parte a questa esigenza».
Tv e politica. «Non mi piace andare in tv, è una cosa che odio, semplicemente la odio». Perché allora è nuovamente sotto le telecamere? «Perché mi piacerebbe far sapere agli italiani quello che è stato fatto dal governo». Lo sfogo del premier si estende alla sua attuale occupazione: «Non mi piace nulla della politica e dell'ambiente politico, sto al mio posto soltanto per senso di responsabilità. Anche se non mi ritengo indispensabile, in questo momento penso di essere utile agli italiani».