C’è un nuovo Houellebecq È l’italiano Giulio Minghini

A me questo di Giulio Minghini sembra un caso letterario. È un giovane italiano, un traduttore di fine cultura, che va a vivere in Francia e sceglie il francese come lingua per esprimersi. Passa da una lingua all’altra. Ma non solo. Passa da una tradizione all’altra, si insinua nelle pieghe della narrativa d’Oltralpe quando diventa più corrosiva e provocatrice. Dicono che ricordi Houellebecq, ma intanto fa i conti con un surrealista estremo come René Crevel, cita Dirty, sconvolgente racconto di quel maestro segreto che è stato per molti di noi Georges Bataille, ha il tono vagabondo e sprezzante di Boris Vian. Così un giovane italiano, il cui personaggio si dichiara «esule erotico» (come fu a Parigi il sommo Henry Miller negli anni Trenta) finisce per scrivere un romanzo come nessuno tra quelli rimasti in patria scriverebbe. Né Aldo Nove, ossessionato dalla sinistra più ideologica e letterariamente passatista, né il suo opposto, Alessandro Piperno, l’ex edonista reaganiano che nella sua ultima opera si perde nelle volute di un periodare simil-proustiano e di uno psicologismo borghese d’altri tempi.
Il romanzo di Minghini, Fake, accolto bene dalla critica francese, arriva ora in Italia con il titolo di Febbre, nella traduzione di un critico militante come Giovanni Pacchiano (Piemme, pagg. 138, euro 10). L’ho letto in una sera, con molti momenti di puro divertimento. E se non è un grande romanzo, ha le qualità di un libro che contiene lo spirito del tempo. La storia è quella di un giovane intellettuale la cui vita va in pezzi dopo un abbandono e che cerca una via d’uscita dalla solitudine iscrivendosi a un sito internet di incontri, pointscommuns.com. E da lì entra in una spirale sempre più avvolgente di relazioni improprie e nullificanti, diventa una specie di serial lover in mezzo al mondo paranoico di una Parigi popolata da sedicenti artiste, da intellettuali di massa che scelgono internet per dar sfogo al proprio eros. Il passaggio a un altro sito di incontri senza velleità culturali lo mette in contatto con un mondo diverso, ma in sostanza inscritto nello stesso sconfinato perimetro gremito di solitudini di Parigi e delle sue periferie. Tra commesse in negozi di giocattoli e dirigenti di aziende di biancheria intima, Jade, pronta a farsi riprendere in pose lascive e con un debole per la Due Cavalli e Josè Bové, è l’unica per cui il protagonista rischia di sentire qualcosa di meno finto. Ma, dopo di lei, il rifugio nel virtuale è assoluto. Il protagonista crea dei fake, identità fittizie nel gergo di internet, in un gorgo di maschere elettroniche che sostituiscono il reale. Ecco Santasangre e Malacarne, Papadeo e Scardanelli, Loveless e Buenaventura, e Gringoire, un «doppio» anarchico che gli amministratori del sito cancellano perché accusa il mondo di aver decapitato Dio, e sostiene che la ragione non esiste, che «esistono solo occulti disegni destinati a smentirsi e confondersi all’infinito».
Nel romanzo non ci sono veri e propri ritratti né descrizioni. Domina un’orizzontale e meccanica ripetizione di pulsioni sessuali in cui il sesso è inteso dal personaggio che racconta come un «anestetico», la vita come un bazzicare la feccia virtuale, la morte come un’eliminazione tipo spam. E per ritrovare la realtà? L’ultima parola del libro è secca: «disconnessione». Ma, in tanta irrealtà, il protagonista sembra saper irridere alle certezze politicamente corrette del proprio tempo. Giudica un «imbecille di prima categoria» chi ha chiuso i bordelli, Antonioni il regista più «stracciacazzi» della sua generazione, la psicoanalisi l’impresa più grottesca del secolo. E sostiene che la sinistra è ormai solo «una superstizione. Il riflesso nervoso che un arto mutilato lascia in eredità al corpo». Ce n’è abbastanza per salutare un nuovo scrittore, francese, forse per sua fortuna.