«C’è un Paese che funziona: l’export è cresciuto del 6 %»

da Milano

«Le Cassandre volano e fanno soltanto rumore, mentre l’Italia silenziosa, che lavora e produce, continua ad andare avanti». Adolfo Urso, viceministro alle Attività produttive con delega al Commercio estero, usa questa metafora, a metà tra il poetico e il polemico, per smentire le voci di un’Italia in sofferenza sui mercati esteri quanto incapace al contempo di attrarre investimenti da fuori. E correda la metafora, ovviamente, con una serie di dati.
Iniziamo dalle esportazioni (sono dati Eurostat, l’istituto centrale di statistica della Comunità). Nei primi sei mesi di quest’anno, rapportati allo stesso periodo del 2004, il nostro export è cresciuto del 6% contro il 5% della Germania e del Regno Unito, il 4% della Spagna e addirittura lo 0,0% della Francia. «Ciò significa che tra i grandi Paesi europei, noi siamo quelli che vanno meglio, con una crescita graduale e costante», sottolinea Urso, che tuttavia non nasconde i problemi. «È vero - aggiunge infatti - che la bilancia commerciale è in passivo, ma questo si spiega con l’aumento vertiginoso del costo delle materie prime, anzitutto del petrolio. Non dimentichiamo però che questo import significa un sistema produttivo vivace e vitale». E il viceministro tiene soprattutto a sottolineare che il progresso dell’export si consolidi in particolare in Europa e sul grande mercato nord americano.
Ma a crescere, tanto per zittire ulteriormente le Cassandre, sono anche gli investimenti diretti esteri nel nostro Paese. I dati sono quelli Unctad (organismo dell’Onu) che misurano l’indice Fdi, ovvero il rapporto tra investimenti esteri e Pil dei Paesi di destinazione. «Non possiamo ancora dire di essere nella posizione di classifica che ci spetterebbe - dice Urso - ma siamo senza dubbio partiti bene, e rispetto a cinque anni fa siamo ancora una volta l’unico tra i grandi Paesi europei a essere salito in graduatoria. Non solo: mentre tutti i Paesi sviluppati perdono forza di attrazione, che va soprattutto verso l’Asia, noi siamo in controtendenza». Dopo l’enunciazione, le cifre: se nel 2000 l’Italia era in 116ª posizione, nel 2004 è salita al 98° posto. Per converso la Germania è precipitata dal 49° al 118° gradino, l’Inghilterra dal 28° al 78°, mentre la Francia ha limitato i danni scendendo dal 71° all’80° posto. E anche un gigante come l’America ha fatto un brutto salto all’indietro: dalla 74ª alla 114ª posizione in classifica. Una conferma viene anche dai valori assoluti: mentre gli investimenti esteri in Italia sono passati dal 2002 al 2004 da 14.545 a 16.815 milioni di dollari, quelli in Germania sono crollati da più 50mila a meno 38mila (ci sono stati cioè più smobilizzi che investimenti). Quanto alla Francia, li ha visti dimezzarsi: da 49mila a 24mila milioni di dollari.