C’è Pippo Franco a raccontarci il mondo virtuale

Con «I miei primi 42 anni» il comico romano torna al Salone Margherita. Nel suo spettacolo canzoni, cavalli di battaglia del Bagaglino e una satira che vuol fare aprire gli occhi su un presente troppo lontano dalla realtà

Michela Giachetta

Rock o lento che sia, prendendo le distanze da quanto accade oggi in televisione, Pippo Franco ritorna in teatro a Roma con i suoi 42 anni di carriera e la voglia ancora di salire su un palco e raccontare - a modo suo - il presente. «I miei primi 42 anni» è il titolo dello spettacolo in scena al salone Margherita fino al 20 novembre. Uno spettacolo che, come spiega lo stesso artista, «racconta la maturità di adesso. Non è celebrativo né riassuntivo, ma vuole semplicemente offrire una chiave di lettura per accettare ironicamente il presente».
Com’è questo presente?
«Viviamo una quotidianità improntata ad ottenere soldi, successo e sesso e quindi significa che viviamo una vita esclusivamente esteriore».
Così diversa da quella di ieri?
«Abbiamo dimenticato la nostra storia che è quella dei nostri padri. Non ci sono più i valori della prima Repubblica e di conseguenza, sì, è diversa».
Come hanno inciso questi cambiamenti nel suo modo di fare spettacolo?
«Ieri il compito di noi artisti, in bilico fra cabaret e teatro, era quello di informare ironicamente il pubblico, di rendere note le cose nascoste. Oggi c’è una tale velocità di acquisizione di dati, che le notizie escono prima della magistratura. Oggi quindi raccontiamo l’evidenza, puntando il dito sulle debolezze altrui».
Fa satira anche lei, quindi...
«Nel mio spettacolo non c’è politica, ma gli effetti della politica. A me interessa l’uomo. Faccio una sorta di satira che è più di natura umanistica».
Destra-sinistra, parafrasando Gaber?
«Oggi si crede che tutto ciò che non è di sinistra sia di destra. Gaber era un uomo talmente grande che ha superato questi confini, pur nascendo come uomo di sinistra».
E lei?
«La satira che riconosco io e in cui mi identifico è quella di Petrolini, di Totò, che al massimo diceva “Vota Lauro”. Una satira che non è di parte, ma semplicemente libera».
Come si traduce questo sul palco?
«Sfrutto il lato comico dell’esistenza umana, che ha in qualche modo caratterizzato la mia vita, e ripercorro scene e scenette di ieri, per comprendere i drammi, spesso risibili, della nostra società».
Nel suo spettacolo sono presenti canzoni diventate celebri, come «Cesso (di amarti questa sera)», assieme ai monologhi «storici» del Bagaglino. Nostalgia verso quello che non è più?
«È semplicemente il passato che mi ha permesso di arrivare a essere quello che sono oggi. L’incontro con Castellacci, Pingitore e Gabriella Ferri è stato fondamentale. Un incontro fra persone che ha cambiato la mia vita».
Un viaggio a ritroso nel tempo che guarda però al futuro?
«Questo è il senso dello spettacolo. Fornisco le chiavi di lettura per interpretare il presente e per far comprendere qual è il disagio nel quale ci troviamo».
Qual è questo disagio?
«Quello di vivere in una vita virtuale e non reale. Una vita che si crede sia quella del telegiornale. Io racconto esattamente l’opposto e fornisco le chiavi per vedere questo».
Una sorta di attenti al lupo...
«Con la differenza che il lupo è vero, esiste davvero. La realtà in cui crediamo di vivere no, è virtuale. Mi preoccupo dei miei figli e dei giovani che potrebbero non rendersene conto».